Risolvere il problema della povertà si può: date retta alle donne

Melinda Gates ne è convinta: la parità di genere può sconfiggere la povertà

Businnes Insider pubblica una lunga intervista a Melinda Gates con un titolo senz’altro accattivante: “Melinda Gates ha una soluzione sorprendentemente semplice al problema della povertà”.

Francamente non crediamo che sia poi così semplice, ma andiamo per ordine: il problema di base è la povertà, fonte e causa di tutti i problemi; e fin qui ci siamo, la soluzione? La parità di genere, dare più potere alle donne.

Melinda e Bill Gates hanno investito 45 miliardi di dollari nella loro fondazione, attiva nella ricerca medica, nella lotta all’AIDS e alla malaria, nel miglioramento delle condizioni di vita nel terzo mondo e nell’educazione. Oggi è la più grande fondazione del mondo, anche se rispetto alle sue modalità di intervento si alzano alcune voci critiche come viene rilevato in questo articolo di Repubblica.

Rimane comunque il fatto che  non possiamo liquidare le frasi della signora Gates come ovvietà, vale la pena di approfondire.

Nell’intervista Melinda Gates racconta di come ha impostato la sua quotidianità e di come ha “esportato” la vita della sua famiglia come modello per il mondo.

Lo so cosa state pensando: vuoi mettere la vita dei Gates – Bill è tra i dieci uomini più ricchi del mondo – con quella di una famiglia sudafricana? C’è da farsi venire uno sclero mondiale solo a pensare al confronto. Giusto, all’inizio l’ho pensato anche io.

Proviamo però a fare un esercizio di comprensione evitando la pratica ormai troppo in uso di NON leggere gli articoli fino in fondo.

Melinda ha capito una cosa secondo me fondamentale: il micro può diventare macro. O meglio: le dinamiche di una famiglia consapevole delle proprie responsabilità nei confronti del mondo e della progenie sono paragonabili alle dinamiche mondiali.

I Gates hanno tre figli, e anche nella famiglia più ricca del mondo il problema del lavoro “non retribuito” della madre e moglie rispetto al marito e ai figli si è imposto.

E lei se ne è accorta un bel giorno quando ha realizzato che dopo cena lei restava a sistemare la cucina da sola, i figli e il marito, pur aiutandola a lavare i piatti, se ne andavano dalla stanza circa 15 minuti prima di lei, che si fermava a sistemare le ultime cose.

Dopo un po’ questa cosa le è stata stretta, la faceva infuriare: perché tutti andavano nelle loro stanze lasciandola a finire di sistemare? Una bella sera si rivolge a tutti e dichiara: «Ok, da stasera nessuno esce dalla cucina se non esco anche io». Risolto il problema.

Poi rimane il mistero di come mai i Gates non abbiano stuoli di domestici che sistemano la cucina al posto loro, d’altra parte è molto educativo insegnare ai figli che i piatti non si trovano puliti per magia dell’elfo domestico Dobby.   

Un altro episodio è ancora più significativo: i Gates decidono di mandare i figli in una scuola non proprio vicino a casa e  bisogna accompagnarli:

«Quando la nostra figlia maggiore, Jenn, stava iniziando l’asilo, entrambi concordavamo sulla scuola che pensavamo dovesse frequentare a lungo termine. Era un bel viaggio per arrivarci, lontano da casa nostra. E sostenevo che ci avrebbero aspettato troppi anni di guida per accompagnarla. Che forse dovevamo almeno aspettare e metterla in quella scuola quando era un po’ più grande.
Bill era davvero irremovibile e pensava che avrebbe dovuto iniziare subito. E mi disse: ‘La accompagnerò io’.
E gli dissi: ‘Guiderai?’ Significava partire dalla nostra casa, andare dove era la sua scuola, e poi tornare indietro a casa nostra e arrivare a Microsoft. Quindi un pendolarismo abbastanza intenso. Iniziò a farlo due volte a settimana.
Alcune settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, alcune altre mamme si avvicinarono a me e mi dissero: ‘Ehi, hai visto cosa sta cambiando in classe?’
E dissi: ‘Vedo altri papà che lasciano i bambini’.
E loro: ‘Sì, siamo andate a casa e abbiamo detto ai nostri mariti: Se Bill Gates, che è il Ceo di Microsoft, può accompagnare sua figlia a scuola, anche tu puoi!»

Eccola qui: la filosofia Shangai, come la chiama Jacopo Fo: piccoli passi che cambiano il modo di stare al mondo, di pensare. Come nel gioco dei bastoncini: spostare un legnetto alla volta fino a che non si tolgono tutti. Senza grandi proclami, piccole azioni che rivoluzionano il modo di pensare.

E la dimostrazione che dare più potere alle donne funziona ce lo ha dimostrato Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006, nel suo libro “Il Banchiere dei poveri”.

Scrive Vincenzo Imperatore su People For Planet: «La sua Grameen Bank ha dato dignità e speranza a milioni di poveri oltre che uno schiaffo morale alla Banca mondiale. Yunus […] ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione del premio Nobel, “di creare sviluppo economico e sociale dal basso”.»

Come racconta Cristina Nadotti su la Repubblica, «Yunus e i suoi collaboratori hanno cominciato battendo a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per avviare progetti imprenditoriali. Un’azione che ha avviato anche un circolo virtuoso, con ricadute sull’emancipazione femminile, poiché Yunus ha fatto leva sulle donne per creare cooperative e promuovere il coinvolgimento di ampi strati della popolazione».
La Grameen Bank oggi ha oltre 1.084 filiali e ci lavorano 12.500 persone. I clienti in 37 mila villaggi sono 2 milioni e 100 mila, per il 94% donne.
Il sistema non è in perdita: il 98% dei prestiti viene restituito. E allora vuol dire che funziona.

Funziona sì: i poveri i debiti li pagano, e non in 80 anni.

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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