Salario Minimo Garantito!

2 proposte simili di PD e M5S: potrebbero approvarlo ma non si mettono d’accordo

Secondo l’articolo 36 della Costituzione a ciascun lavoratore dovrebbe essere garantita una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Secondo l’OCSE in Italia un lavoratore su 4 non ha un contratto collettivo che lo garantisca. Precari, tirocinanti, lavoratori della Gig economy, milioni di persone che hanno compensi al di sotto della soglia di povertà.

Questa tragedia sociale è stata generata dall’incapacità delle organizzazioni sindacali di adeguarsi ai mutamenti del mercato del lavoro, lasciando senza rappresentanza lavoratori autonomi, precari… e allo stesso tempo dalla deregulation introdotta in anni recenti dai vari Governi del Paese nei rapporti tra datori di lavoro e dipendenti, a tutto vantaggio dei primi. La giustificazione era che inserendo molta “flessibilità” sarebbero aumentati i posti di lavoro e sarebbe cresciuta l’economia e il benessere collettivi. Questi anni hanno dimostrato che non è così.

La storia di Marta

Tra le tante storie una, riportata dal corriere.it, di una dipendente di Almaviva, un call center di Palermo: Marta riesce a rispondere anche a cento chiamate in quattro ore, sempre con grande cortesia e mantenendo la calma anche di fronte all’insistenza di una moglie sospettosa che pretende di conoscere il traffico telefonico del marito. Marta mette a frutto la sua esperienza precedente nella Croce Rossa quando i suoi «clienti» erano tossicodipendenti e vittime della tratta della prostituzione. E’ laureata in Psicologia clinica con 110 e lode. Il suo stipendio è di seicento euro mensili, quando va bene arriva a 650. Ci spiega che è l’unico introito familiare da quando il ministero delle Pari Opportunità ha deciso di non rinnovare il contratto con la Croce Rossa e lei si è trovata disoccupata. “Mia madre pianse quando seppe che firmai per Almaviva Contact, non certo per l’azienda, ma perché sapeva che in cambio di questo mezzo pezzo di pane non avrei più cercato il mio lavoro, e così è stato”.

I working poor e il reddito di cittadinanza

Con l’introduzione del reddito di cittadinanza tra l’altro si è introdotto un nuovo paradosso per i “working poor”, i “poveri con un lavoro”. Che spesso guadagnano meno del reddito di cittadinanza “pieno” (780 euro) riconosciuto ai disoccupati. E, secondo Eurostat, i “working poor” in Ialia sono il 12%, una delle percentuali più alte d’Europa dove la media è del 9%.

Il salario minimo in Europa

Servirebbe una norma che definisca il salario minimo garantito. In Europa è presente in 22 Paesi su 28, l’Italia è uno dei 6 dove manca. Secondo l’Istat introducendo un meccanismo analogo a quello applicato negli altri Paesi ne beneficerebbero 3 milioni di lavoratori in Italia.

Di recente il Primo Ministro francese Macron ha proposto l’introduzione di un salario minimo europeo che tenga conto ovviamente Paese per Paese del differente potere d’acquisto. Il premier italiano Conte si è detto favorevole. Allora perché non introdurlo in Italia, senza aspettare un improbabile soluzione europea?

Due proposte di legge molto simili in Italia

Al Senato giacciono due proposte in tal senso, la prima a firma di Mauro Laus (PD), la seconda a firma di Nunzia Catalfo (M5S). Sono molto simili come sistema, quella del PD prevede un salario minimo orario di 9 euro netti, quella del M5S di 5 euro lordi. Al di là di questo non ci sono differenze significative tra le due.

Ci sarebbero i presupposti per una approvazione della legge

PD e M5S anche da soli avrebbero i numeri per farlo ma non si mettono d’accordo. Ragioni di competizione elettorale si direbbe…

Tra i contrari al salario minimo garantito i sindacati

Temono che la sua introduzione potrebbe ridurre il loro potere contrattuale. Di recente il segretario della CGIL Landini ha avanzato l’idea, alternativa al salario minimo garantito, di estendere i contratti nazionali collettivi a tutti ma la sua proposta è passata inosservata nel mondo della politica.

Nel frattempo il Parlamento Europeo…

Il parlamento Europeo intanto si muove, almeno limitatamente ad alcuna categorie precarie e nel campo dei diritti (salute, ferie…). Il 16 aprile ha definito un sistema per assicurare i diritti minimi per i lavoratori della “gig economy”, la cosiddetta “economia dei lavoretti”, che tuttavia per molti driver di Uber o fattorini di Deliveroo o JustEat rappresenta l’unica fonte di reddito. Il provvedimento si rivolge a tutti i lavoratori finora inquadrati come “liberi professionisti” e che quindi non godono di nessuno dei diritti riconosciuti agli impieghi regolari: un approccio che le società definiscono “flessibilità” ma che il più delle volte fa rima con sfruttamento. La nuova legge stabilisce un livello minimo di diritti per ogni persona che lavori un minimo di 3 ore settimanali o 12 ore in quattro settimane, inclusi i lavoratori saltuari, intermittenti, pagati a voucher o iscritti a una piattaforma, i lavoratori a chiamata e chi sta svolgendo un tirocinio retribuito. Ma gli Stati membri, Italia compresa, hanno tempo fino al 2022 per approvarla…

Fonti:
Ec.europa.eu/eurostat?
Istat.it
Oecd.org
Corriere.it
Emergenzacultura.org
It.businessinsider.com
Youtrend.it

Foto di Peter Stanic

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Project Manager di People For Planet

Bruno Patierno

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