Sanità: l’Italia è davvero al top?

Quante vite ci è costato il privato convenzionato?

Ci siamo convinti che la nostra sanità sia la migliore al mondo, o tra le migliori, e facendo una media mondiale è veramente così. Ma il nuovo coronavirus ha reso palese differenze con i Paesi a noi vicini anche impietose. La più clamorosa sconfitta la subiamo a confronto con la Germania, che non ha dovuto applicare un lockdown come il nostro, ma ha potuto gestire meglio – molto meglio – la pandemia, forte di un numero di posti letti in terapia intensiva (TI) ben 5 volte superiore al nostro, conseguenza di un investimento pro capite in sanità che a fronte dei nostri 2.545 dollari (circa 2.326 euro) a testa, all’anno, (dati 2018) vede la Germania a ben 5.056 dollari, la Francia a 4.141 dollari e persino il Regno Unito, non celebre per il suo servizio sanitario, arrivare a spenderci comunque ben più di noi: 3.138 dollari. Ma il problema non sta solo nella TI: tra il 2000 e il 2017 in Italia è sceso del 30 per cento il numero di posti letto pro capite in ospedale, passando da 3,9 ogni 1.000 abitanti a 3,2, contro una media Ue vicina a 5 ogni 1.000 abitanti (in calo anch’essa dal 5,7 del 2000).

Fin dalla sua nascita, nel 1978, il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) gode di tre elementi che, se paragonati ad altri Paesi, soprattutto extra-Ue, ci fanno salire nelle classifiche: è universale, cioè si estende a tutta la popolazione; è egalitario, ovvero l’accesso alle cure è aperto senza nessuna discriminazione; ed è equo, cioè il diritto di accedervi è uguale per tutti in relazione a uguali bisogni. Ma.

I dati su medici e infermieri

Secondo il rapporto “State of Health in the EU: Italia, Profilo della sanità 2019” pubblicato recentemente – ma su dati del 2017 – dall’Ocse, dalla Commissione Ue e dall’Osservatorio europeo sui sistemi e le politiche sanitarie, nel nostro Paese il numero dei medici per abitante è maggiore della media europea: 4 per 1.000 abitanti, contro un 3,6 comunitario. Tuttavia, già 3 anni fa “il numero dei medici che esercitano negli ospedali pubblici e in qualità di medici di famiglia è in calo, e oltre la metà dei medici attivi ha un’età superiore ai 55 anni: tale situazione desta serie preoccupazioni riguardo alla futura carenza di personale”, sottolineano Ocse e Ue. Per quanto riguarda gli infermieri, invece, il nostro Paese ne impiega di meno rispetto alla media europea: 5,8 ogni 1.000 abitanti, rispetto agli 8,5 comunitari. Oggi i medici di famiglia gestiscono 1.500 persone, ma prima della pandemia si stava pensando di portare questo numero fino a 2.500.

Sparito il controllo del territorio

“Manca il controllo sul territorio e questo ci è stato fatale nel caso del coronavirus”, spiega un pneumologo milanese, che preferisce rimanere anonimo. “I medici di base non sono sufficienti e sono deboli i servizi territoriali specialistici come l’ATS (Agenzia di Tutela della Salute). La possibilità di andare a domicilio del malato ed eseguire una diagnostica rapida è stata ed è debole: per questo non sappiamo il reale numero dei contagi, non sappiamo il reale numero dei guariti, ma sappiamo che molti malati covid li abbiamo dovuti lasciare andare, nelle loro case, senza avere la forza di poter intervenire”.

Il problema Lombardia (e Lazio)

La gestione della sanità lombarda che ha equiparato il servizio sanitario privato a quello pubblico, la stessa che ha portato all’arresto di Roberto Formigoni, ha notoriamente portato una serie di ruberie a spese delle sanità pubblica regionale. In sostanza si è favorito il privato con soldi pubblici, “in cambio di soldi e favori”. Il cosiddetto privato convenzionato consente in Regione Lombardia di avvalersi di strutture private per qualsiasi necessità medica, come se fosse una struttura pubblica: sarà la Regione a rimborsare la clinica, e il cittadino non pagherà nulla, se non il ticket previsto anche nel pubblico. Ma in realtà il cittadino ci rimette in salute, pagando molto di più.

“Il sistema così organizzato – continua il pneumologo – ha portato le cliniche private a spingere per interventi non necessari, specie se molto costosi e redditizi, come ad esempio il bypass. In Lombardia e in misure minore anche in Lazio. Finché non sono stati disposti dei tetti massimi di spesa – e oramai i buoi erano scappati – la Lombardia da sola ha fatto più interventi di cardiochirurgia dell’intera Francia. Ci siamo fatti eccellenza e, finiti i pazienti lombardi, abbiamo attratto malati o non malati dalle altre regioni d’Italia: tutto a spese del pubblico”. Per capire l’ordine delle cose di cui stiamo parlando, guardiamo la crescita dei fatturati e guardiamo l’esplosione delle cliniche private che ne è seguita. L’ospedale San Donato – spesso al centro di indagini – è passato da una media realtà di provincia di clinica semi-sconosciuta, ad avere oggi 19 ospedali tra cui 18 in Lombardia. È divenuto in poco tempo il primo gruppo italiano di sanità privata. I figli dei suoi primari hanno potuto far mostra di sé senza pudore, in tv, sfoggiando ville principesche in trasmissioni quali Riccanza. Nel frattempo, invece, i giovani medici che rischiano la vita fronteggiando oggi il covid non sono assunti ma lavorano a Partita Iva (almeno al San Donato, alla Humanitas no). “Ecco perché – continua il medico – la Lombardia ha avuto più morti del Veneto in questa pandemia: gli ospedali pubblici e le realtà territoriali sono state gradualmente impoverite con miliardi di euro finiti nelle mani di privati e fatturati alle stelle per aziende che badano solo a quello”. Il Lazio, in misura minore, ha sofferto e soffre le stesse pene, gli stessi problemi.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei.

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