Sanremo e le Donne

L’impegno al femminile alla kermesse più popolare e chiacchierata del nostro panorama musicale

Il palcoscenico dell’Ariston è da sempre una cassa di risonanza che probabilmente nel nostro Paese non ha eguali, e dunque ben venga qualunque parola, discorso, occasione che permetta di tenere accesi i riflettori su quella realtà terribile e sconvolgente che è la violenza di genere, e la violenza sulle donne in particolare.

2013: il monologo di Luciana Littizzetto

La prima – ma confesso di andare a memoria e potrei sbagliare – fu nel 2013 Luciana Littizzetto, co-conduttrice del Festival sanremese con Fabio Fazio, che nel suo monologo dedicato all’amore, come è sua abitudine, non usò tanti giri di parole: «… Non vogliamo le palle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due-tre giorni un uomo uccide una donna, una compagna, una figlia, un’amante, una sorella, una ex, magari in famiglia.
La uccide perché la considera una sua proprietà, perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa e sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore.
L’amore con la violenza e le botte non c’entra un tubo, l’amore con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà e la prigione.
Un uomo che ci mena non ci ama, mettiamocelo in testa… Vogliamo credere che ci ami? Bene, allora ci ama male, non è questo l’amore… Un uomo che ci picchia è uno stronzo, sempre. E dobbiamo capirlo subito, al primo schiaffo, perché tanto arriverà anche un secondo e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.»

2020: discriminazione e violenza non come occasione “spot”

A sipario chiuso, e disinteressandosi del tutto della parte canora, ripensare ai 5 giorni trascorsi dà l’impressione che mai prima d’ora un avvenimento “nazional-popolare” come questo Festival di Sanremo 2020 abbia tenuto il “focus” così a lungo sul doloroso tema della violenza alle donne.

In realtà un momento canoro importante c’è stato, ed è rappresentato dalla coraggiosa esibizione di Gessica Notaro, sfregiata con l’acido due anni fa dal suo ex e costretta a usare una benda sul volto, che assieme a Antonio Maggio ha cantato la propria storia in una canzone scritta da Ermal Meta. «Un manifesto contro la violenza sulle donne», così l’ha presentata sul palco Amadeus.

Donne, lavoro, carriera

Il tema non è di oggi e non sarà certo una kermesse canora ad avere il merito di averlo affrontato. E tuttavia l’intervento di Levante in conferenza stampa è un bel j’accuse anche per il brillantinato mondo dello spettacolo. «Quando io parlo di merito, parlo di merito per tutti non solo per le donne. Agli uomini non viene detto che hanno un contratto discografico solo perché stanno con quello, e non ricevono battute pesanti e volgari. … Mi rendo conto che è utopico sperare di essere trattati alla pari, ma non ci sto a farsi la lotta». Se avete voglia di approfondire, nell’articolo Sanremo 2020, donne e musica, il divario è ancora enorme trovate una dettagliata analisi di dati relativi a un recente studio sull’impiego delle donne nella musica dal 1947 ad oggi. E sulla discriminazione esistente, ancora molto forte.

Contro la violenza: 1

Non c’è stato solo il monologo di Rula Jebreal (di cui parliamo subito dopo). Sul palco di Sanremo si sono presentate Emma, Giorgia, Fiorella Mannoia, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Elisa e Gianna Nannini: tutte vestite di nero ma ognuna con un segno rosso, simbolo dell’impegno contro la violenza sulle donne – per annunciare “UNA, NESSUNA, CENTOMILA”, il concerto che le vedrà protagoniste il 19 settembre all’Arena di Reggio Emilia (Campovolo). Insieme hanno spiegato il titolo del concerto: UNA, perché ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne; NESSUNA: perché nessuna donna deve più essere una vittima; CENTOMILA: il numero delle voci che si uniranno a loro. E senza tanti giri di parole, la Nannini ha chiuso così la presentazione: «Ci siamo schierate ancora una volta perché non ne possiamo più.» Serve aggiungere qualcosa?

Eh, sì, serve: i fondi raccolti con il concerto sono destinati ai centri antiviolenza. Che è anche una risposta del mondo femminile alle follie della politica e dei suoi dispetti, considerato che è di due giorni fa la notizia che Fratelli d’Italia ha bloccato l’emendamento del decreto Milleproroghe per finanziare la Casa Internazionale delle donne di Roma.

Leggi anche: 6 femminicidi in una settimana e niente soldi alla Casa delle Donne

Contro la violenza: 2

Regala ad Amadeus il pallone celebrativo dei 60 anni di vita della Serie C di calcio e poi, dismessi i panni di vicepresidente di Lega Pro, parla con garbo delle difficoltà delle donne a intraprendere il loro viaggio nella vita. E in questo modo Cristiana Capotondi presenta la fiction in 4 puntate “Bella da morire” che andrà in onda prossimamente su Rai1.
Certo, è uno spot che fa pubblicità a mamma Rai, ma rimane il fatto che la finale del Sanremo dei record si apre con un riferimento al femminicidio. Non è scontato.

Contro la violenza: 3

E arriviamo a Rula Jebreal. Cosa aggiungere ancora? Dell’emozionante monologo tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto. E se qualcuno lo avesse perso o avesse desiderio di rivederlo lo ritrova facilmente su YouTube.
Qui vogliamo ricordare un elemento su cui, tra i tanti terribili, solitamente poco si concentra l’attenzione. «Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere» non è l’unico appello rivolto agli uomini; Rula aggiunge «Siate i nostri complici, i nostri compagni. Indignatevi insieme a noi quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare quello che le è accaduto?” Perché «non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata come era vestita lei quella notte, che non si chieda mai più!

«What Were You Wearing?»

«Come eri vestita?» è anche il titolo di una mostra itinerante, che prende spunto da un’iniziativa nata nel 2013 negli Stati Uniti e che sta facendo il giro del mondo, con installazioni anche in Italia. Un “cazzotto nello stomaco” è stata definita, e le immagini di quegli abiti “da stupro” non possono non colpire la coscienza di chi le vede.
Nel marzo 2019 la mostra è stata portata anche al Palazzo di Giustizia di Milano.

«Bisogna cominciare!»

La conclusione di questo “Sanremo e le Donne” alle parole di Piera Conti, che su Facebook ci ha regalato una sintesi perfetta:

“Che non si chieda mai più a una donna cosa indossava quando è stata stuprata”.
Bastava questa frase, perché non credo affatto che tra le centinaia, migliaia di uomini violenti, ce ne sarà anche solo 1 che si asterrà dall’aggredire una donna dopo il sermone di ieri sera.
Bisogna cominciare da quella frase, dalle aule di tribunale, bisognerebbe sospendere dall’esercizio avvocati, giudici, magistrati che pongono o accettano queste domande.
Bisogna cominciare dalle istituzioni che accolgono le denunce.
Bisogna cominciare dal supporto alle donne che non riescono a denunciare.
Bisogna cominciare dall’educazione che viene data alle generazioni di uomini futuri.
Bisogna cominciare dalla comprensione e dall’aiuto da dare a chi non è in grado di gestire la propria rabbia.
Bisogna cominciare dall’astenersi dal giudizio per passare alla comprensione.
Bisogna cominciare!

Fonte Immagine: video RaiPlay

Maria Cristina Dalbosco

Maria Cristina Dalbosco

Fa parte della Redazione di People For Planet. Scrive e si occupa dell'editing e della revisione dei contenuti

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Maria Cristina Dalbosco

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