Scuola: “Alte concentrazioni di fluoro nei piatti della mensa”. Cosa significa?

Il fluoro è un possibile indicatore della presenza di Pfas

Come ricorda Foodinsider, la presenza di fluoro in piatti e stoviglie compostabili utilizzate in mensa crea molta preoccupazione, perché è un possibile indicatore della presenza di Pfas. L’indagine de Il Salvagente, pubblicata venerdì 28 maggio, ha rinvenuto una “quantità di fluoro in queste stoviglie che è molto alta e merita attenzione”, ha commentato Alberto Ritieni, docente di Chimica degli Alimenti alla facoltà di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli. Nel frattempo, il Ministero della Salute, insieme al Ministero per le pari opportunità e famiglia, pubblica le Linee guida per i centri estivi imponendone l’impiego: ‘si devono sempre utilizzare posate, bicchieri e stoviglie monouso ‘possibilmente biodegradabili’ anche al di fuori dei pasti’.

Cosa sono i Pfas

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFASs) sono composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. I PFAS vengono impiegati dagli anni ’50 per tessuti (ad esempio i tessuti tecnici come il Gore-Tex), tappeti, insetticidi, schiume antincendio, vernici, rivestimenti dei contenitori per il cibo (ad esempio il teflon), cera per pavimenti e detersivi. Oggi queste sostanze sono conosciute per la contaminazione ambientale che hanno prodotto negli anni proprio a causa della loro stabilità termica e chimica, che le rendono resistenti ai processi di degradazione. Come si accumulano nell’ambiente, i PFAS vengono trattenuti nel corpo umano, dove risultano tossici ad alte concentrazioni. L’esposizione dell’uomo ai PFAS avviene principalmente per via alimentare, per inalazione e ingestione di polveri, una volta che queste sostanze entrano nell’ambiente per contaminazione dell’acqua entrano nella catena alimentare attraverso il suolo, la vegetazione e le coltivazioni, gli animali e quindi gli alimenti.

Causano tumori e diverse malattie

È stato dimostrato, che PFOA e PFOS sono in grado di causare un’ampia gamma di effetti avversi, fatto che desta ancor più preoccupazione considerando la loro proprietà di accumularsi nell’organismo.
Si tratta di interferenti endocrini, in grado quindi di alterare tutti i processi dell’organismo che coinvolgono gli ormoni, responsabili dello sviluppo e dunque pericolosi in particolar modo per i bambini; del comportamento; della fertilità e di altre funzioni cellulari essenziali.
Le patologie maggiormente riscontrate, la cui causa è attribuita all’esposizione prolungata a queste sostanze, sono il tumore ai reni; il cancro ai testicoli; malattie della tiroide; ipertensione in gravidanza; colite ulcerosa; aumento del colesterolo e molte altre.

“Questa non è prevenzione covid”

“La parola su cui si gioca la partita delle stoviglie compostabili, così come dei lunchbox, è ‘sicurezza’”, spiega Claudia Paltrinieri, fondatrice e presidente di Foodinsider, il barometro delle mense scolastiche che ogni anno le valuta e le mette in classifica. Inoltre, non esiste la minima prova che si possa contrarre il nuovo coronavirus da una stoviglia lavata male, né dal cibo (OMS). “Anzi il paradosso è che per un ingiustificato principio di prudenza (evitare la diffusione del covid 19) si espongono i bambini a un potenziale maggior rischio: i Pfas sono classificati dalla Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) come potenziali cancerogeni (Pfoa, Gruppo 2B), e interferenti endocrini (ormonali)”.

Il covid-19 – insomma – non si può trasmettere da un piatto, o dal cibo, o da una forchetta toccata da altri: lo aveva ben spiegato a People for Planet anche Donato Greco, epidemiologo e consulente dell’Oms.

Basta stoviglie usa e getta, ma soprattutto basta compostabile

“Chiediamo al Ministero della Salute e al Ministero delle pari opportunità e famiglia, di intervenire al fine di promuovere l’impiego di stoviglie in ceramica e, in via transitoria, là dove il modello organizzativo non lo consenta ancora, di utilizzare piatti di plastica da riciclare in maniera opportuna, al posto delle stoviglie compostabili”, continua Paltrinieri. Passare a stoviglie e posate tradizionali non significherebbe solo sopperire al rischio Pfas, ma anche eliminare una fonte enorme di rifiuti, la cui produzione e smaltimento ha una forte incidenza sulle emissioni inquinanti.

Infine, l’invito è anche quello di seguire l’esempio della Danimarca che già da luglio 2020 ha vietato l’impiego di sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) in imballaggi e nei materiali a contatto con gli alimenti in carta e cartone. Come dichiara il Ministero dell’Ambiente danese ‘Fortunatamente, la carta può essere resa unta e idrorepellente anche senza l’uso di fluoruri’.

Esiste una normativa, ma non si applica

“In via definitiva basterebbe applicare la normativa che è in vigore dall’agosto dello scorso anno (CAM, Criteri ambientali minimi per il servizio di ristorazione collettiva e fornitura di derrate alimentari [20A01905] GU Serie Generale n.90 del 04-04-2020) che prevede che i pasti siano somministrati e consumati in stoviglie riutilizzabili:  bicchieri in vetro o in plastica dura non colorati, stoviglie, anche nelle scuole di infanzia, in ceramica o porcellana bianca e posate in acciaio inossidabile”, conclude Paltrinieri.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

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