Scuola digitale: buoni risultati ma pochi gli istituti all’avanguardia

Il progetto “Aula 3.0” e la “Buona scuola”: belle idee ma ancora non funziona

Education 3.0, ambienti di apprendimento innovativi, laboratori didattici innovativi, biblioteche scolastiche innovative (sì, la parola “innovativo” piace molto): sono gli slogan che si leggono nel sito del Ministero dell’Istruzione a proposito del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del MIUR per il “lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.

Si tratta del momento operativo di quella “Buona Scuola” lanciata con non poca enfasi nel 2015 (legge 107/2015) con l’obiettivo di innovare (sì, ancora questa parola) il sistema scolastico e offrire nuove opportunità di educazione digitale.

Musica invece della campanella

È passato qualche anno da allora, e possiamo tirare le somme (che al momento, purtroppo, assomigliano più a sottrazioni).

Un recente rapporto di Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) rivela che gli studenti che frequentano scuole dove vengono adottati nuovi sistemi di insegnamento sono più bravi e ottengono in genere risultati migliori nelle prove Invalsi rispetto ai colleghi delle scuole “tradizionali”. Abbandonata la classica campanella d’inizio lezioni – sostituita da una radio che trasmette musica – e finalmente spariti banchi e cattedra, con lezioni interdisciplinari in cui i ragazzi interagiscono da protagonisti, le performance aumentano, l’italiano e persino l’ostica matematica non fanno più paura e i punteggi crescono.

Bene, 7+. Anzi, benino. O meglio: non sufficiente.

I risultati, quindi, sono buoni. E non ci stupisce: vuoi vedere che se – dopo più di 150 anni di un modello scolastico rimasto invariato (il sistema così come lo conosciamo nasce con l’Unità d’Italia, nel 1861) – vengono introdotte alcune novità, gli studenti magari si appassionano un po’ di più e scoprono che la conoscenza può passare anche da canali diversi da social e YouTube?

Le ombre però non sono poche. Intanto i numeri, ancora molto bassi: secondo il rapporto di Indire queste “avanguardie educative” sono presenti in 907 scuole, su un totale di 57.831 istituti scolastici, tra statali e paritari; l’ 1,5% è un indice davvero basso.

L’altra ombra è data da un nuovo studio sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci e pubblicato oggi sul sito InvalsiOpen.

Le cifre dell’abbandono scolastico: un’ecatombe

Se dunque da un lato la scuola italiana presenta le sue (rare) eccellenze, dall’altro lato le percentuali degli abbandoni sono desolanti: la “dispersione scolastica esplicita e implicita” comprende non solo coloro che non finiscono le scuole superiori ma anche quelli che pur arrivando al diploma finale hanno “un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla”.  

La totalità delle due categorie raggiunge numeri che parlano di una vera e propria sconfitta del “sistema scuola”: la media italiana si aggira intorno al 20% con punte che superano il 37% in Sardegna e Sicilia, del 33% in Calabria, del 32% in Campania.

Educazione digitale: obiettivo sufficiente?

L’aspirazione a una “Scuola 3.0” distribuita su tutto il territorio è dunque molto più che legittima, e appare piuttosto come una strada necessaria per evitare un’emarginazione culturale e sociale che molto difficilmente può essere recuperata dopo il tempo dell’obbligo scolastico.

E forse non sarebbe inutile se in questo percorso non ci si chiudesse solo all’innovazione del “mezzo” ma si inserissero anche contenuti antichi come l’uomo ma nuovi per il sistema scolastico: vorremmo una scuola che nel suo manifesto d’intenti comprendesse la conoscenza delle emozioni e che parlasse il linguaggio dell’affettività.

Chissà, magari a prescindere dalla lavagna luminosa e dal tablet a tutti gli studenti e scolari, potrebbero diminuire gli abbandoni scolastici. Aspettiamo la Scuola 4.0

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Maria Cristina Dalbosco

Maria Cristina Dalbosco

Fa parte della Redazione di People For Planet. Scrive e si occupa dell'editing e della revisione dei contenuti

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