Se il popolo ha fame, dategli Sanremo

Da Sanremo a Montecitorio l’imperativo è parlare, senza dire nulla

Succede che un ragazzo italiano, Alessandro Mahmoud, figlio di madre sarda e di padre egiziano, vince il sessantanovesimo Festival di Sanremo a fronte di un regolamento chiaro a tutti, partecipanti e telespettatori, che prevede la valutazione proporzionale da parte di tre sezioni: telespettatori, giuria e giornalisti musicali.
Putiferio.

«Per il prossimo anno solo televoto a Sanremo» ha tuonato Luigi di Maio, che dalle sue plurime cariche pubbliche incarna perfettamente il concetto di oligarchia su cui poggia la fantomatica élite, termine di gran voga pressoché ovunque, anche dal salumiere, “mi dia la parte interna della coscia, l’élite”.

Il popolo ha fame e in salumeria si accontenta di qualche etto di mortadella bolognese. Recessione? Crescita allo 0.02%? Spread in impennata? Miliardi di interessi in più da pagare? Produzione industriale a meno 5 e rotti per cento come non accadeva dalla crisi del 2011? Non importa, se il popolo ha fame, dategli Sanremo. La linea del Governo procede spedita sulla via del trend topic e del thread, del commento, della distrazione di massa, e i giornalisti dietro a scrivere della fetta di pane e Nutella di Matteo Salvini, della relazione finita con Elisa Isoardi, dei consigli non richiesti al Milan, dei congiuntivi di di Maio, dei lapsus, della solenne sua convinzione che la democrazia francese sia nata millenni addietro. Perché indicare la luna e guardarla, qualunque cosa essa sia, se si può intingere il dito nella Nutella di qualcuno?

Il Codacons, quello del mercurio nei vaccini, quello delle scie chimiche, quello che ti promette di risarcirti del biglietto di un concerto previo un anticipo di 50 euro, ebbene, quel Codancos ha presentato un esposto all’Antitrust lamentando che “il pubblico è stato umiliato”.
Nientemeno.
Ad essere stato umiliato pare piuttosto il regolamento, nero su bianco fin dall’inizio. Gran parte del rock, del progressive e della sperimentazione musicale in Italia la dobbiamo a Mauro Pagani, presidente della giuria di Sanremo, anche quest’anno, come ogni anno, bislaccamente composta: cuochi, presentatrici e giornalisti, gli stessi accusati di malevola megalomania dal cantante Ultimo, che evidentemente all’atto di scegliersi il nome d’arte non ha fatto i conti con l’imperscrutabile fatalità di un nomen omen del genere. Gli incauti che hanno osato sollevare dubbi sulla scelta di Lino Banfi in relazione all’UNESCO si sono beccati del radical chic, il sorriso vale più della competenza, si sono sentiti rispondere, ma se c’è Beppe Severgnini in giuria a Sanremo, ah, signora mia, mala tempora currunt.

Da manuale il commento di Pagani a Radio Capital: «L’anno scorso Ultimo ha vinto il Festival dei giovani con lo stesso regolamento. Quando si vince va bene, quando si perde, si chiede di cambiare le regole?». Game, set, match.

La polemichetta è il pane di Sanremo, ma in questa ultima edizione a esasperarla ci ha pensato l’isteria collettiva che vorrebbe il popolo squisitamente onesto intelligente competente eccetera soltanto perché sovrano.
Restringendo a Sanremo il tavolo per un paio di semplici osservazioni fattuali, vale la pena ricordare che ci sono stati anni in cui era il solo televoto a decretare il vincitore. È successo che hanno vinto Giuseppe Povia, Valerio Scanu e Marco Carta. Ha rischiato di vincere anche Pupo, che per altro ammise candidamente di avere pagato un call center outband. Se a decidere è soltanto il popolo e il suo strumento si riduce alla votazione telefonica, può succedere che una casa discografica si compri il Festival affittando un paio di call center e cavandosela con un paio di migliaia di euro. Succede in occasioni più piccole, figuriamoci dentro una macchina sputa-soldi come Sanremo.

Non poteva infine mancare la cosiddetta sinistra, agonizzante sì, ma non al punto di lasciarsi scappare l’occasione per fare bella figura e sfruttare la vittoria di Alessandro Mahmoud per fare propaganda politica, alla stregua della Lega, come se avessero qualche plausibilità le fesserie intorno alle origini di un cantante la cui canzone vince il festival della canzone. Piuttosto, cantami, o Diva, della pelide Italia la fame funesta.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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