Jair Bolsonaro vince in Brasile: i polmoni del pianeta rischiano

Jair Bolsonaro è stato eletto Presidente in Brasile al secondo turno con il 55,29% dei voti.

Capiamo meglio chi è il nuovo Presidente del più grande Stato del Sudamerica e quali potrebbero essere le conseguenze per il resto del pianeta.

Sessantatré anni, ex-capitano dell’esercito, dichiaratamente nostalgico del regime militare che ci fu in Brasile fra il 1964 e il 1985, difensore della tortura e della pena di morte, razzista (“gli afrobrasiliani non sono utili nemmeno per procreare”), omofobo (“preferirei un figlio morto in un incidente stradale anziché un figlio gay”, “se vedessi due uomini baciarsi per strada li picchierei”), sessista (ad una deputata in aula: “non la stuprerei nemmeno, perché è troppo brutta”), antiabortista, favorevole al controllo delle nascite fra i poveri, Jair Bolsonaro sarebbe – per usare l’eufemismo del The Economist – “una minaccia per l’America latina”.

Il candidato Bolsonaro è anche favorevole alle privatizzazioni, piace ai mercati e ai ceti abbienti, è filo-americano, e a destare preoccupazione è in particolare una certa comunanza con Donald Trump. Entrambi, infatti, negano il cambiamento climatico. Mentre in passato i governi brasiliani di sinistra,  pur con innumerevoli contraddizioni, erano riusciti a mantenere (addirittura nel 2008, in piena crisi) politiche ambientali sostenibili, contrastando la deforestazione dell’Amazzonia, Bolsonaro ha già fatto sapere che intende uscire dall’Accordo di Parigi, abolire il Ministero dell’Ambiente, inaugurare un’autostrada di 890 km che taglierà a metà l’Amazzonia, aprire miniere nei territori abitati da popolazioni brasiliane indigene, combattere ONG internazionali ambientaliste e animaliste come Greenpeace e Wwf, rafforzare le lobby della carne, e aprire le riserve degli indigeni, che rappresentano circa il 13% del territorio brasiliano e custodiscono biodiversità importantissime, specie in Amazzonia. Oltre ai mercati, Bolsonaro piace molto anche ai fazendeios e ai taglialegna abusivi, che come lui vedono dietro le riserve degli indigeni un complotto ordito dagli Stati occidentali dell’Onu, che vorrebbero un Brasile frammentato in tanti Stati, così da poterne sfruttare meglio le risorse. Ma come si spiega, allora, la sua scalata?

Fatti incontestabili come la corruzione della sinistra, la condanna dell’ex Presidente Lula (attualmente detenuto nel carcere di Curitiba) sono stati elementi strategici per l’ascesa di Bolsonaro. Il ritorno della destra reazionaria e populista si potrebbe far risalire simbolicamente a ottobre 2014, quando il candidato Aécio Neves del Psdb (Partito della Social Democrazia Brasiliana) chiese il riconteggio delle schede dopo aver perso contro Dilma Rousseff, esponente del Pdl (Partito dei lavoratori). Il riconteggio ci fu, e ribadì la legittimità del risultato (il 51,64% dei voti per Dilma e il 48,36% ad Aécio), ma bastò a esasperare il clima di sospetto e sfiducia, che culminò di lì a poco con la sospensione della stessa Rousseff, accusata di impeachment. Oggi c’è un governo illegittimamente istituito, Dilma Rousseff ha perso alle elezione al Senato, Aécio Neves è inquisito per corruzione attiva, e l’avversario di Bolsonaro, Fernando Haddad, che concorre alle presidenziali con il Partito dei lavoratori, ha stretto alleanze con il centro-destra, appannando ulteriormente l’immagine della sinistra agli occhi dell’elettorato.

Per tutta la campagna elettorale Bolsonaro ha saputo cavalcare la sfiducia del popolo nei confronti della politica, mostrandosi sicuro di vincere, salvo brogli elettorali: “da quello che vedo nelle strade”, ha dichiarato in un’intervista alla televisione Band, “non accetto un risultato differente dalla mia elezione”. Ma una parte significativa del successo di Bolsonaro gli deriva paradossalmente dai suoi nemici, a cominciare dall’attentatore Adelio Bispo de Oliveira, l’uomo che il 6 settembre 2018 durante un comizio a Juiz de Fora ha accoltellato Bolsonaro all’addome, riservandogli terapia intensiva, colostomia temporanea, e gloria di combattente ferito agli occhi dell’opinione pubblica, per nulla solidale con le femministe che hanno accolto le dimissioni di Bolsonaro dall’ospedale con manifestazioni e spogliarelli a Rio de Janeiro. Chissà se l’opinione pubblica troverà altrettanto immorale l’abolizione promessa da Bolsonaro dell’articolo 231 della Costituzione brasiliana, che afferma che le popolazioni indigene hanno “diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”, anche quando la terra appartiene allo Stato e gli indios non godono diritti di proprietà sui minerali. Stavolta non vorremmo proprio saperlo.

 

Aggiornato il 29/10/2018
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Stela Xhunga

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