Se non vinci, non vengo a vederti. Accade persino nel rugby

Prendiamo a pretesto il titolo di un quotidiano per parlare di un triste fenomeno italiano: la mancanza di cultura sportiva.

Da ormai 19 anni anni (dall’anno 2000), l’Italia del rugby è stata ammessa al più prestigioso torneo europeo. Che un tempo si chiamava Cinque NazioniFrancia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles – e poi è diventato Sei Nazioni

Solo che da diciannove incontri, l’Italia perde sempre. L’’ultima vittoria è datata 28 febbraio 2015, in Scozia. È uno strano fenomeno quello rugbistico italiano. Oddio strano fino a un certo punto. Un attento osservatore del rugby, Sebastiano Pessina, ha perfettamente fotografato la situazione: “è come l’Africa col calcio. È dal 1990 che si dice che prima o poi una Nazionale africana vincerà i Mondiali e invece non accade mai. Quando arrivano ai quarti di finale, è una festa”.

È quel che accade con l’Italia del rugby. Ma non è questo l’argomento della rubrica. L’argomento è legato al titolo di giornale: “Col Galles un’altra delusione. Attenta Italia, il pubblico cala”. “Meno di 40mila all’Olimpico, mai così pochi”. 

Ma che vuole dire? Che cos’è questo modo di descrivere i fenomeni sportivi, se non dittatura del risultato? Per l’Italia è un onore partecipare al Sei Nazioni di rugby. Riuscire ad assistere dal vivo alle performance dei più bravi atleti europei della palla ovale, vale da solo il prezzo del biglietto. Sarebbe come andare a vedere una squadra di Nba impegnata contro una squadra italiana di basket e poi disertare il palazzetto all’ennesima sconfitta. Come se lo sport in sé non ci interessasse. 

Sì, diciannove sconfitte consecutive sono tante, troppe. Certificano che il rugby italiano non riesce a progredire. O che magari altri hanno ripreso a correre più velocemente rispetto a noi. Ma che ragionamento è legare la presenza del pubblico alla possibilità di vincere? È una logica che denota, appunto, la totale assenza di cultura sportiva. Come avviene in tante tifoserie calcistiche italiane. O si vince, o subentra l’assuefazione. 

Accade a Napoli dove lo stadio è semideserto a ogni partita. Persino alla Juventus dove non pochi tifosi reclamano la vittoria della Champions come se nello sport la competizione fosse un accessorio. Questo desiderio della vittoria a tutti i costi sta snaturando il rapporto con lo sport. La vittoria, o comunque il miglioramento delle proprie performance, è il naturale obiettivo di ciascun atleta e di ciascuna formazione. Ma per il pubblico dovrebbe esserci anche un’altra componente: il piacere di assistere a uno spettacolo, a un evento. Forse questo vale meno per il calcio, visto il rapporto perverso che si ha in Italia col gioco del pallone. Ma se il principio viene meno anche per il rugby, vuol dire che siamo quasi senza speranze. Che non esiste più l’educazione allo sport. Che non c’è più il riconoscimento della superiorità dell’avversario. Diventa esclusivamente una questione di partigianeria.

Roma ospita ogni anno gli Internazionali di tennis. Ovviamente non capita mai che vinca un italiano. Nemmeno un’italiana, anche le donne fino a qualche anno fa sono state decisamente più competitive degli uomini. Non per questo gli spettatori diminuiscono. Si sfrutta un’occasione più unica che rara: assistere dal vivo ai più forti giocatori del mondo. Questo vale il prezzo del biglietto. Ciascun atleta compete secondo le proprie possibilità. È l’architrave dello sport. Il resto – o vinci o non vengo a vederti – equivale all’atteggiamento di quei bambini che dopo aver portato il pallone pretendono di vincere altrimenti non si gioca più. È l’aberrazione dello sport.

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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