Serena Williams ci ricorda che è la politica a rendere immortale lo sport

Chi ha vinto gli Us Open?

Provate a fare un sondaggio e chiedete a un po’ di persone come si chiama la ventenne che ha vinto gli ultimi Us Open di tennis. In pochi vi risponderanno. La frase più gettonata sarà: “la giapponese che ha battuto Serena Williams”. E di cui sui media di tutto il mondo non si è quasi parlato. Il nome non lo ricorderà quasi nessuno. Perché la scena l’ha presa lei: Serena. Forse la più forte tennista di sempre. Che ha trasformato una sconfitta sul campo in una battaglia politica che ha monopolizzato l’opinione pubblica. Secondo alcuni, in maniera ingiusta. Perché Serena ha perso e stava perdendo, e avrebbe dovuto rispettare il risultato del campo invece di dar vita a quella che più persone hanno definito una sceneggiata.

Coaching

Più o meno saprete che cosa è successo. Serena Wlliams, 37 anni e madre da uno (il particolare non è irrilevante), già vincitrice di 23 titoli dello Slam (a uno dal record assoluto della storia del tennis femminile), aveva perso il primo set contro la ventenne avversaria. Nel secondo set, a rimonta in corso, è stata fermata dall’arbitro che l’ha ammonita per aver intercettato un suggerimento del suo allenatore dalla tribuna. Si chiama coaching. E nel tennis è vietato. Anche se poi lo fanno tutti. Ma non è questo il nodo. Così come non lo è la confessione dell’allenatore. Probabilmente Serena nemmeno se n’era accorta. Quella chiamata, però, l’ha destabilizzata. È arrivata in un passaggio fondamentale dell’incontro. In finale. A  casa sua. Dopo la gravidanza. È qui che salta il suo sistema nervoso.

«A un uomo non sarebbe mai successo»

E in un crescendo rossiniano, in una decina di minuti, fracassa la racchetta, incassa un punto di eliminazione e poi attacca platealmente il giudice arbitro Carlos Ramos: “Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Sapete quanta fatica ho fatto per arrivare fin qui. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto, mi devi delle scuse. E sei un ladro, mi hai rubato un punto”. Sei un ladro. A questo punto l’arbitro le toglie un game. Serena finisce col perdere la partita. Ma apre una battaglia ben più rilevante della finale di un Grande Slam di tennis. «Lo ha fatto perché sono una donna. A un uomo non sarebbe mai successo». Ed è qui che Serena coglie nel segno.

Billie Jean King

Il New York Times si affretta a ricordare che gli uomini sanzionati sono decisamente più rispetto alle donne (23 a 9), ma non basta a sovvertire il piano. L’unico paragone possibile è quello con Roger Federer. Vi immaginate un arbitro che nella finale di uno Slam chiama un coaching a sua maestà Roger in piena rimonta? Il dubbio, Serena, lo ha instillato. E al suo fianco ha immediatamente trovato Billie Jean King grande campionessa del passato, sostenitrice dei diritti delle donne nello sport e non solo, che una volta sfidò e sconfisse un uomo sul campo. Billie Jean difende Serena prima su Twitter e poi sul Washington Post. Molto efficace il suo secondo tweet: “Quando una donna esterna le proprie emozioni, è isterica ed è penalizzata per questo. Se lo fa un uomo, è scaltro e non ci sono ripercussioni. Ha fatto bene Serena denunciare questo doppio standard”.

Nell’anno del #metoo

Il giorno dopo, da L’Equipe a Repubblica, dal Post alla Gazzetta, sui giornali di tutto il mondo si parla solo di Serena. Il nome della vincitrice non compare in alcun titolo. Se le va bene, è relegata in qualche fotina. L’immagine sparata è Serena in versione leonessa, infuriata con l’arbitro. Nessuno, se non le fisiologiche eccezioni, chiede del match in sé. La domanda è: Serena ha ragione o no? Nell’anno del #metoo, la polemica non è di poco conto. Serena ha messo i piedi nel piatto. Ha lasciato il campo da tennis e si è issata in una contesa politica.

Lo sport e la politica

Come hanno fatto tutte le icone dello sport. Da Tommie Smith e il suo pugno nero con John Carlos sul podio di Messico 68, a Diego Armando Maradona che i due gol più discussi della storia del calcio li ha segnati all’Inghilterra che aveva sconfitto la sua Argentina in guerra. A Muhammad Alì che si rifiutò di andare in Vietnam con la famosa dichiarazione: «Mai nessun vietcong mi ha chiamato sporco negro». Probabilmente nemmeno Jesse Owens sarebbe stato Jesse Owens (la freccia nera che vinse quattro ori alle Olimpiadi di Berlino del 1936) senza la leggenda, poi rivelatasi falsa, di Hitler che non gli strinse la mano perché infuriato a causa del colore della sua pelle. Potremmo continuare a lungo. Il racconto sportivo diventa mito quando entra nell’immaginario, quando intercetta un fenomeno ben più ampio della semplice tecnica applicata a uno sport. Persino la mitica Olanda di Cruyff probabilmente non avrebbe avuto la stessa impronta nel calcio e nello sport se non fosse stata associata storicamente ai movimenti politici di ribellione di quegli anni. E potremmo continuare a lungo.

Si potrà dire – non sono in pochi a farlo – che la battaglia di Serena è decisamente meno nobile. Siamo semplicemente di fronte allo sfogo di una campionessa ferita che non ci stava a perdere. E che in nome del femminismo ha finito con l’oscurare un’altra donna, quella che l’ha battuta sul campo. Può darsi. Ma Serena ci ha ricordato che cos’è che rende lo sport immortale.

p.s. A proposito, la vincitrice si chiama Naomi Osaka.

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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