Siamo soli?

L’essenza dell’idea di individuo si basa sul concetto di appartenenza

Tutto quello che c’è all’interno dell’involucro di pelle e peli che mi delimita sono io, tutto quello che è fuori non sono io.
Quando gli scienziati hanno iniziato a usare microscopi potentissimi si sono accorti che non è così.

Innanzi tutto ognuno di noi è un pianeta abitato da miliardi di microrganismi. Chiunque abbia visto la pubblicità dello yogurt con i fermenti lattici vivi dentro dovrebbe sapere che è così.
Quel che è poco noto è che questi microorganismi ci tengono in vita. In gran parte sono il nostro primo livello di difesa contro gli attacchi esterni. 

Se dentro la nostra pancia non ci fossero miliardi di batteri non saremmo in grado di digerire. Senza i batteri che ci abitano non potremmo fare molte cose fondamentali per restare vivi. 
Non sono i batteri che vivono grazie a noi perché gli diamo una casa morbida e riscaldata. Siamo noi che viviamo grazie a loro.
Ma non solo. Si è scoperto che il fatto che i depressi tendano a lavarsi poco dipende dal fatto che così facendo provocano il proliferare di alcuni tipi di batteri porconi che sguazzano nella zella e godono immensamente e producono una speciale tipo di cacca che è una droga che ci dà una sensazione di benessere. Cioè ci curiamo dalla tristezza aumentando la dose di cibo disponibile sul nostro corpo per i batteri che vivendo ci rendono contenti.

E non finisce qui

Sarebbe logico che almeno le cellule fossero una parte di noi stessi. Cioè, io sono ogni piccola parte del mio dito. Almeno quello. Ma neanche questo funziona così.
Da piu’ di 20 anni si è dimostrato che dentro ogni mia cellula ci sono dei lavoratori extracomunitari.
Delle creature che non sono io. La cellula cioè non è un’entità unitaria. Non è una individua, è una cooperativa di individui. Dentro c’abbiamo della gente che esiste per conto proprio, fuori dagli esseri umani, nel mondo.

Creature indipendenti che troviamo a miliardi nell’acqua del mare e che troviamo precise identiche anche nella cellula. 
Abitano lì, si riproducono per i fatti loro, svolgono alcune mansioni che le cellule non sono in grado di svolgere. E se traslocano la cellula muore. Istantaneamente.

E mi chiedo: io sono io (cioè sono la parte delle cellule umane che mi compongono) o sono anche un po’ questa orda di creature ospiti che vivono ovunque dentro e fuori di me?
E quando prendo una decisione chi decide in realtà?
Io-io o io-batteri o io-simbiotici-dentro-la-cellula?

Trovo che tutto questo ragionamento sia una grande pillola contro l’ansia di morire

Se mi metto pensare che in fondo io non sono poi neanche tanto io, visto che non c’è la materia solida e io in realtà sono miliardi di esseri viventi che bivaccano gli uni sugli altri, dentro gli altri, all’interno di me e di ogni mia cellula è diverso che pensare di essere un essere unico e indipendente, che vive solitario su questo mondo ostile.
Se sono una cooperativa di individui ed entità che non sanno neanche di far parte di me e che esistono poco e in maniera discontinua potrei anche incazzarmi di meno all’idea di perdere la mia idea di me stesso e fondermi completamente con il tutto.

Cosa vediamo del mondo?

Gli occhi trasmettono al cervello tutto ciò che vedono. Il cervello lavora febbrilmente per capire che cosa vogliono dire quelle immagini. Come fa?
Solo recentemente l’umanità sta studiando veramente questo problema. Infatti, ci siamo accorti che è veramente difficilissimo insegnare a un computer a identificare quello che vede. Piaget fu uno dei primi a porsi il problema. Come fa il bambino a riconoscere la sedia?
La cosa magica è che non riconosce UNA SEDIA, ma qualsiasi sedia. Ci sono centinaia di tipi di sedie, possono essere colorate in modo diverso, possono essere viste da decine di angolazioni, ma il cervello umano riesce istantaneamente a decifrare che si tratta di una sedia.

Questo accade attraverso un complesso sistema di filtri. Le immagini vengono analizzate sulla base di schemi che derivano dall’esperienza.
Piaget spiegò che prima che il bambino possa riconoscere la sedia deve aver visto, toccato, leccato, spostato, usato, esplorato, un certo numero di sedie.
Ha così creato una griglia di lettura. Se un oggetto ha una serie di caratteristiche particolari è una sedia.

Ma cosa succede se io non ho mai visto una sedia?

Che succede se costruisco una stanza piena di oggetti noti, disposti in modo non abituale e dipinti in modo che le macchie di colore non siano coerenti con la sua forma?
Incredibile ma vero, io vedo nulla. Quello che mi appare è una massa informe.
Anche l’attenzione può fare strani scherzi.

Se durante una partita di pallacanestro chiedo agli spettatori di contare il numero di passaggi effettuati dalla squadra rossa otterrò che nessuno vedrà lo scimpanzé che si aggira tra i giocatori.
Le illusioni ottiche sono un’altra dimostrazione del fatto che il cervello legge la realtà sulla base di schemi prefissati arrivando addirittura a “aggiustare quello che vede”.

Ad esempio, se disegno tre alberi uguali lungo una strada in prospettiva, il cervello cambierà quello che gli occhi vedono e l’albero in fondo alla strada mi apparirà più grande di quello in primo piano. Insomma, per riuscire a superare l’ardua prova di capire cosa succede nel mondo, il cervello usa delle scorciatoie che FUNZIONANO ABBASTANZA BENE ma che a volte danno risultati sbagliati.

Un altro aspetto interessante del processo di interpretazione della realtà è che l’attività principale della mente è quella di buttare via informazioni. I sensi ci mandano tutto quel che registrano ma ai fini pratici solo una percentuale piccolissima di queste informazioni viene utilizzata per capire il mondo. Il resto viene scartato.

Se proviamo a mettere insieme quello che abbiamo detto sull’inesistenza della materia e dell’individualità e sui sistemi di decodificazione del cervello possiamo capire se quel che pensiamo della realtà ha senso. E magari aggiustare un paio di particolari ottenendo vantaggi immensi.

Innanzi tutto scopro che il mio modello del mondo è pieno di approssimazioni e quindi sono autorizzato a giocarci, a prendere in giro la mia concezione della vita. Una persona può rendersi conto che è veramente comico soffrire perché un soffio di energia che con te condivide l’appartenenza a un tutt’uno inscindibile ti ha detto che non vuole più vederti.

Già capire che quel che vedi è vero relativamente e in parte è strutturalmente un abbaglio dovrebbe metterti di buon umore.
Puoi  preoccuparti veramente di quel che penserà la gente di te quando scoprirà che hai subito uno sfrontato, umiliante tradimento?

Guardando l’insieme possiamo scoprire un altro aspetto comico del mondo

Quell’IO che tanto soffre e tanto si preoccupa non ha un corpo fisico cosciente e delimitato. È solo una sensazione. È uno strano fenomeno per cui, grazie a raffinati sistemi percettivi basati su illusioni e approssimazioni sensoriali, si forma l’idea dell’essere un individuo e questa idea da un senso collettivo a un semplice ammasso gelatinoso e semovente e chiama se stesso ESSERE UMANO.

Non ci vuole un grande filosofo per pensare che allora IO sono veramente un fenomeno incredibile. Un sublime desiderio di essere che, attraverso miliardi di anni di tentativi è riuscito a creare un livello nuovo dell’esistente.

Le particelle interagiscono e inconsapevolmente creano le sostanze chimiche, che a loro volta creano cellule le quali si trovano a volte accidentalmente a far parte di agglomerati di cellule e microrganismi che in alcuni casi arrivano a sviluppare coscienza di sé e addirittura creare pensieri, incazzature, emozioni, sensazioni uniche e stupefacenti.

Ne discende che in questo grande casino è però evidente che noi siamo dalla parte di questa rivoluzionaria, recente invenzione. Abbiamo la rara fortuna di godere di questa strana percezione di noi come di entità e di poter peraltro controllare enormi possibilità di muoversi e ballare e stupefacenti facoltà di immaginare, costruire, parlare, sentirsi vivi.

Lo scopo di vivere, di sentirsi un’entità unilocale, sensibile e semovente è quantomeno sperimentare il più possibile il gusto di essere. Se per miliardi di anni ci siamo dati da fare per arrivare a inventare la sensazione di essere un bipede sessualmente eccitabile probabilmente era il nostro scopo riuscirci. Quindi lo scopo della vita è quello di sperimentare il maggior numero possibile di modi per essere IO, provvisoria capacità di affermarmi come unicità, di pensarmi e osservarmi vivere. quindi viviamo per esplorare tutte le opportunità che questa continuità mi offre.

Capisci che vista così la scelta di vivere da depressi è una stronzata pazzesca. 
E quando capisci che il tuo malumore è provocato da modelli di lettura della realtà che sono illusori inizi a sospettare che potresti cambiarli e vedere tutto in maniera diversa.

I nostri modelli di lettura sono frutto di tentativi, stratificazioni di esperienze. L’evoluzione umana è passata per orribili esperienze di guerre e crimini spietati.
Il modello del mondo che abbiamo ereditato e che usiamo per leggere la realtà è impregnato di sangue, dolore e paura.
Ogni giorno le nostre abitudini mentali sono rafforzate dai messaggi che ci arrivano dall’esterno.

C’è una forte spinta a ripetere queste strutture mentali. Queste chiavi di lettura. Proprio perché la nostra sensazione di esistere è frutto solo della capacità di continuare a considerarci un essere vivente abbiamo paura a cambiare il nostro modo di pensare… Temiamo di danneggiare il nostro fragile equilibrio e sparire.

Spero che questo mio gioco sui punti di vista sulla vita ti abbia divertito. Ma probabilmente ti chiedi anche: «Ma in pratica come faccio a sciogliere il mio malumore e le idee negative?»
Non ho una risposta. Ma ho un’ipotesi, ne parliamo la settimana prossima

(continua)

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Foto di Free-Photos da Pixabay

Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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