Sigle alimentari: come orientarsi?

Breve guida per orientarsi tra alcuni acronimi che troviamo sulle etichette di prodotti: le denominazioni di origine

Dop, Doc, Igp… sono tantissime le sigle che leggiamo sulle etichette degli alimenti. Come possiamo orientarci nella marea di acronimi che arriva nelle nostre tavole? Innanzitutto bisogna sapere cosa significano e per questo trovate le principali sigle, con una breve spiegazione, nell’infografica “Dop? Doc?? Igp??? Cosa vogliono dire?“. Tutte, a prima vista, ci garantiscono qualcosa. Ma quali ci sono più utili nella scelta di un prodotto? Cosa dobbiamo controllare maggiormente? Quale sigla ci “garantisce di più”? Poiché il mondo delle sigle è molto ampio, concentriamoci al momento solo sulle indicazioni di origine, cioè le sigle che identificano una produzione e la associano a­­­ un territorio circoscritto. 

Tra le sigle associate all’origine geografica dei prodotti, quali sono quelle che ci danno più informazioni come consumatori?

Quale, quindi, è meglio cercare su una etichetta?
“Le principali sigle di riferimento in materia di indicazioni geografiche sono le DOP e le IGP. Sono entrambe riconosciute a livello europeo e sono soggette a un regime di tutela esclusivo. Nel senso che sono le uniche corroborate da un regime di controlli pubblici che deve venire garantito nell’intero mercato interno dell’Unione Europea“, spiega l’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale e fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari. “Ciò premesso la DOP (Denominazione di Origine Protetta) è l’unica tra le indicazioni geografiche a garantire che l’intera produzione – a partire dalla fase agricola primaria – abbia avuto luogo in un territorio circoscritto. Questo significa, sostanzialmente, che quando noi scegliamo – ad esempio – un prosciutto Dop, sappiamo che anche il luogo di nascita e di allevamento del suino è quello precisamente definito nel territorio previsto dal disciplinare di quella Dop“. Ogni Dop per essere tale deve essere dotata di un disciplinare che regolamenta la produzione e anche la provenienza delle “materie prime” con cui si crea un prodotto alimentare lavorato.

“Le produzioni che si caratterizzano invece per la sigla IGP (Indicazione Geografica Protetta), si distinguono rispetto alle Dop perché è sufficiente che una significativa parte del processo di produzione abbia avuto luogo nell’area del territorio identificato. Ad esempio: un salume IGP può avere questa denominazione perché lavorato in una determinata zona dell’Italia dove la sua produzione è caratteristica, ma può venire realizzato anche a partire da cosce di suini allevati e macellati in un altro Paese, laddove il disciplinare della relativa Igp lo consenta“.

Dop e Igp quindi sono i marchi di riferimento in Europa, ma vediamo anche molte etichette Doc, Docg, che riguardano i vini: “La denominazione Doc, Denominazione di Origine Controllata, per un vino è equivalente alla Dop di un prodotto alimentare e anche questa è riconosciuta a livello europeo. Anche la Docg, Denominazione di Origine Controllata e Garantita è riconosciuta a livello europeo e si applica ad un vino che può considerarsi una ulteriore selezione di qualità rispetto al vino Doc“, spiega l’avvocato.

Sono poi tanti altri i marchi che si trovano ancora sulle nostre tavole, ma i principali da “tenere d’occhio” sono questi, che hanno regole ferree stabilite nel disciplinare.

Cosa significa seguire un disciplinare? 

Spiega di nuovo Dongo: “La regola di base per accedere a una procedura di registrazione di una Dop o di una Igp è quella di dimostrare che si tratti di una produzione radicata sul territorio da decine di anni. Nel caso dell’Italia spesso si tratta produzioni radicate da secoli e secoli. I processi produttivi sono definiti nel disciplinare e vengono assoggettati ad apposite autorizzazioni, oltre ad essere sottoposti a controlli specifici. 

Il rispetto del disciplinare costituisce garanzia delle regole in esso previste, che in buona parte si basano sulla tradizione, ma il discorso della qualità è più ampio. Pensiamo che spesso molti disciplinari non considerano l’origine dei mangimi, né la loro natura ‘non-ogm’, con il paradosso che l’Italia è il primo produttore in Europa di soia ‘non ogm’ e tuttavia importa soia ogm per nutrire gli animali anche quelli a base di diverse produzioni Dop. Alcuni produttori aderiscono volontariamente a disciplinari o marchi che certificano ancora più nel dettaglio la qualità di un prodotto, facendo passi di ulteriore garanzia rispetto alla legge. Ma la questione è complessa e merita ulteriori approfondimenti. Il biologico, dal mio umile punto di vista, merita un apprezzamento per il minor impatto ambientale e le maggiori informazioni in etichetta per quanto riguarda l’origine delle materie prime agricole, la cui origine si può cogliere in un colpo d’occhio”. Nell’etichetta bio infatti viene indicata la provenienza da agricoltura Ue/non Ue e il luogo dove il prodotto è stato realizzato.

Tutti temi che approfondiremo al più presto, intanto un pezzetto di etichetta siamo riusciti a leggerla.

Altre info su

https://www.greatitalianfoodtrade.it/idee/ogm-tra-proclama-e-realtà-il-paradosso-italiano
https://www.greatitalianfoodtrade.it/progresso/biologico-reg-ue-2018-848.

Siti di riferimento:
https://www.foodagriculturerequirements.com/
https://www.greatitalianfoodtrade.it/
https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3338

 

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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Margherita Aina

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Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi