Sondaggio WWF: il 90% degli asiatici vuole chiudere i mercati di animali selvatici

Basta proclami, i governi cosa aspettano a chiuderli per sempre?

Il 7 aprile, nella giornata mondiale della Salute, il Wwf ha pubblicato i dati di un sondaggio d’opinione sul Covid-19 e sul mercato di animali selvatici condotto in 5 aree asiatiche: Hong Kong, Giappone, Maynmar, Thailandia, e Vietnam. Che il mondo sia alle prese con la peggiore pandemia del recente passato è un fatto. Ma mentre sul legame tra il COVID-19 e le malattie zoonotiche (cioè trasmesse dagli animali all’uomo) il parere degli esperti è unanime, non c’è alcun dubbio, sulla possibilità di eliminare i mercati di fauna selvatica, riducendo così le malattie zoonotiche e i virus che ne derivano, l’opinione pubblica si divide. O meglio, noi occidentali siamo portati a credere che gli asiatici siano restii a interrompere quella che noi reputiamo una tradizione alimentare. Le abitudini sono “dure a morire”, si dice, senza provare a chiedere il parere dei diretti interessati. Lo ha fatto il WWF, sia pure su un campione di 5000 persone, e no, gli asiatici non sono affatto contrari alla chiusura dei mercati di animali selvatici, anzi, il 93% di loro è propenso a sostenere gli sforzi dei governi e dei ministri della Sanità locali per chiudere tutti i mercati illegali e non regolamentati che vendono animali selvatici.

Metodologia del sondaggio

Tra il 3 e l’11 marzo 2020, GlobeScan, per WWF, ha intervistato 1.000 individui in ciascuno dei 5 mercati analizzati. I 5.000 intervistati sono stati selezionati online casualmente, con campioni rappresentativi di genere ed età della popolazione di ciascun mercato. In Myanmar, trattandosi di un nuovo mercato di indagine, il campione era costituito prevalentemente da giovani. L’adesione alla chiusura dei mercati si registra in Giappone, dove il 59% della popolazione ha dichiarato che non ci sono mercati di fauna selvatica nel Paese e il 54% si è detto favorevole alla loro chiusura. Stando così le rilevazioni, le medie delle risposte sono state calcolate sui 4 mercati, escluso il Giappone.

Nelle interviste, per “animali selvatici” si è inteso “animali terrestri non addomesticati e non allevati, con esclusione di insetti e di animali acquatici”.

Altri dati emersi dal sondaggio

Il 9% degli intervistati da GlobeScan ha dichiarato di aver acquistato o di conoscere qualcuno che ha acquistato fauna selvatica negli ultimi 12 mesi in mercati di animali, ma l’84% dice che è improbabile o molto improbabile che acquisterà prodotti derivanti da fauna selvatica in futuro. E negli ultimi 12 mesi, quali animali ha acquistato?

Lo stop della Cina è solo temporaneo, passata l’emergenza non si deve tornare indietro

Il 24 febbraio il governo cinese ha imposto il divieto assoluto di consumo di animali selvatici. “La Cina ha fatto un buon passo in avanti vietando la caccia, il commercio, il trasporto e il consumo di animali selvatici e il Vietnam sta lavorando a provvedimenti simili”, ha affermato Christy Williams, direttore regionale del programma Asia Pacifico del WWF. “Altri governi asiatici devono seguire l’esempio cinese, chiudendo i mercati di fauna selvatica ad alto rischio e mettendo fine a questo commercio una volta per tutte: questa è una strada obbligata per salvare vite umane e contribuire ad evitare che i drammi sociali e le turbolenze economiche che tutto il mondo sta subendo si ripetano ancora”. Peccato che il divieto sia temporaneo, non permanente, come inizialmente si era detto, e molte testate giornalistiche, italiane e internazionali, hanno scritto che, passata l’emergenza, sui banchi dei mercati cinesi sono ricomparsi animali vivi.

Petizione di Animal Equality all’Onu per chiudere i wet market

Chiudere i wet market, subito. La petizione per la messa al bando dei wet market lanciata con una campagna mondiale il 2 aprile dall’associazione Animal Equality ha raccolto oltre 200 mila firme in pochi giorni, di cui più di 100.000 solo in Italia. “Questi punti di vista rappresentano ormai la maggioranza crescente di esperti scientifici e legislatori che chiedono la chiusura immediata dei “mercati umidi”, si legge nella petizione.

Non solo Covid-19: il 61% dei patogeni umani è di origine zoonotica

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che l’attuale pandemia di COVID-19, insieme ad almeno il 61% di tutti i patogeni umani, ha origine zoonotica. Il commercio di animali selvatici contribuisce ad aggravare la diffusione delle zoonosi, lo si è visto con altre recenti epidemie: SARS, MERS, Ebola, tutte ricondotte a virus che si diffondono dagli animali alle persone.

I mercati di animali selvatici: dopo la distruzione degli habitat, rappresentano la seconda minaccia per la biodiversità

Il commercio insostenibile di animali selvatici è una gravissima minaccia diretta alla biodiversità a livello globale, seconda solo alla distruzione degli habitat. Dal 1970, le popolazioni di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci) sulla Terra sono diminuite in media del 60%. A dirlo non è la facinorosa ong animalista di turno, ma l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) che a conclusione del suo ultimo rapporto, riferito al 2019, scrive nero su bianco che il 25% delle specie animali globali rischia l’estinzione.

Ormai è chiaro, sul tavolo non ci sono soltanto le “abitudini alimentari”, ma le tutele di tutti. Tocca solo scegliere, e gli asiatici sembrano decisi a fare la scelta giusta.

FONTI ARTICOLO
Sondaggio completo WWF su Covid-19 e mercati dei animali selvatici in Asia (italiano)
Report su biodiversità (inglese)

Video girato di Animal Equality (attenzioni, immagini forti!!!)

Leggi anche:
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Giornata dei Diritti degli Animali, in Italia il 90% degli allevamenti è intensivo

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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