truffa covid - una storia vera

“Sono tua figlia e mi servono 10mila euro”. La truffa del Covid

Una storia vera di estrema attualità

Per gentile concessione di Barbara Fiorio che condivide con tutti noi questa sua brutta esperienza che potrebbe capitare a chiunque.

“Mamma? Mamma, mi sono sentita male, sono svenuta, mi hanno portata al
pronto soccorso. È grave.”
Mia madre va nel panico, le si spezza il respiro, la voce, il pensiero.
“Oddio, Barbara, cos’è successo? Dove sei? Arrivo”.
“Sono al pronto soccorso di San Martino, ma sto male, non puoi venire.
Ho bisogno di aiuto, mamma.”
“Come non posso venire? Barbara, oddio, come stai male e non posso
venire? Ti prego, dimmi cos’è successo.”
Piange, non sa cosa fare, va nel panico.
“Mi hanno fatto il tampone, ho il Covid. Ho 41 di febbre, mi ricoverano
d’urgenza, ma devono farmi due punture che costano tanto, mamma. Se non me le fanno potrei non farcela. Sto male, mamma, sto così male…”

“Barbara! No, ti prego, devo venire lì!” urla.
“Non puoi, mamma. Non ti lasciano entrare. Ma mi servono quelle punture.Ti prego, aiutami. Costano tanto, io non li ho tutti quei soldi.
“Ma le paghiamo, certo che le paghiamo. Digli di fartele, intanto.”
“Non me le fanno se non sono sicuri che le paghiamo. Mamma, io non li ho
adesso, ho bisogno del tuo aiuto. Hai dei contanti, in casa. Hai un
brillante?”
“Un brillante? È in banca, adesso è chiusa. Posso andare a ritirare al
bancomat… Oddio, Barbara, ti prego… Non puoi averlo preso…”
Piange ma cerca di seguire la telefonata, di capire cosa deve fare, di
avere una direttiva.
“Un brillante, sì. Dicono che accettano anche quelli, in pegno. Anche i
gioielli in oro. Poi ce li restituiscono.”
“Ma chi se ne frega se ce li restituiscono! Devono curarti! Io qui in
casa non li ho, i gioielli…”
“Hai dei contanti, mamma?”
“Pochi, posso andare a ritirare al bancomat...”
“No, non andare al bancomat, non c’è tempo. Prendi tutto quello che hai,
gioielli e soldi. Fallo subito, ti prego. Gli servono come pegno per il
pagamento.”
“Ma non ho neanche tutto qui. Una parte è nel box a Sturla. Dovrei
andare lì.”
“Allora vai lì. Ci sono anche le monete d’oro?”
“Le monete d’oro? Non lo so, ma non è che ne avessi, forse una…”
“Tutto, prendi tutto. Mamma, sto male, sto male, la febbre sta salendo
ancora, se non mi fanno le punture…”

“MA DIGLI DI FARTELE! Raccolgo tutto quello che ho, te lo prometto,
tutto, adesso fammi andare, prendo la macchina e vado al box.”
“No, mamma, stai al telefono con me.
“Ma devo andare al box.”
Trema, è agitatissima, prende le chiavi sbagliate, le cadono, afferra
una borsa a caso, si lascia le pantofole, dimentica la mascherina.
“Sì, sì, tieni il cellulare acceso, parlami mentre vai.”
Mia madre si precipita in auto, tocca per errore il cellulare, chiude la
comunicazione ma viene richiamata subito.
Guida come una forsennata fino al box, continua a sentire sua figlia che
le chiede cosa stia facendo.
“Sto cercando, sto cercando!”
“Cos’hai trovato, mamma?”
“Il sacchetto con i gioielli di papà e mamma. Non sono molto preziosi ma
sono d’oro.”
“Vanno bene, vanno bene. Le monete d’oro ci sono?”
“No, non ci sono, non le vedo, non le trovo, non ricordo neanche di averle.”
“E contanti? Non tenevi dei contanti da parte?”
“Sì, qualcosa, non molto.”
Cade la linea, lì c’è poco campo, viene richiamata.

“Mamma, ti passo il professore, io sto male, non riesco a parlare.”
“Professore?”
“Signora, sono qui con sua figlia, la situazione sta precipitando.
Purtroppo queste punture costano diecimila euro l’una e io non posso
farle se non sono sicuro che verranno pagate.”
“Gliele paghiamo, gliele paghiamo. La prego, le faccia intanto!”
“Non posso, devo prima avere un acconto. Vanno bene anche i gioielli,
come le ha detto sua figlia. Contanti ne ha?”
“Sì, qualcosa…”
“Quanto?”
“Adesso non lo so, sono di nuovo in macchina, vengo lì.”
“Non può venire qui. Le ripasso sua figlia.”
“Mamma, ce l’hai fatta? Quanto hai trovato?”
“Barbara, ti prego, resisti. Porto tutto quello che trovo. Ma mi si sta
scaricando il cellulare… Dimmi dove posso venire.”
“No, mamma! Non puoi venire. Vai subito a casa a mettere in carica il
cellulare. Vai veloce!”

“Signora?”
“Sì, professore, sto guidando, sto guidando!”
“Mi dica cosa ha trovato.”
“Non lo so, ho preso quello che c’era, il resto è a casa.”
“Dobbiamo sapere quanto oro ha trovato e quanti contanti, per capire se
almeno una puntura posso farla.”
Mia madre si ferma e apre il sacchetto, parla a singhiozzi, elenca le
collane di sua madre, l’anello di fidanzamento, pochi euro, degli orecchini.
“Ho anche qualcosa a casa, faccia la puntura, per favore!”
“Signora, mi dica il suo numero fisso. Così se il cellulare si spegne la
richiamiamo lì.”
“Non può mandarmi un numero da chiamare, professore? La prego. Posso
anche chiedere a un’amica di mia figlia, forse mi può aiutare a trovare
qualcosa in più.”
Non chiami nessuno, signora, non perda tempo. Vada a mettere il
cellulare in carica e mi dia il suo telefono fisso, la chiamiamo noi.”
“Va bene, va bene, eccolo.”
Mia madre detta il numero di casa e poi tocca di nuovo inavvertitamente
il cellulare, chiudendo la telefonata. Riprova a chiamare ma il numero
era anonimo, riesce a scrivermi CHIAMAMI su WhatsApp e si rimette alla
guida.

Nel frattempo la richiamano, le parlano, lei sale a casa.
Io leggo il messaggio e le telefono subito. Occupato il fisso, occupato
il cellulare. Un po’ strano. Avrà fatto i suoi soliti casini con
l’elettronica, penso. Ma mi ha scritto di chiamarla, riprovo. Occupato.
“Signora, è a casa?”
“Sì, sì, sono a casa.”
“Va bene, allora, quanto ha raccolto?”
“Mia figlia come sta?”
“Gliela passo.”
“Mamma? Sei riuscita a trovare abbastanza?”
“Sì, sì, tutto quello che ho. Dei gioielli, un po’ di contanti, ma
potrei chiedere aiuto anche a Isa.”
“No, mamma, non chiamare nessuno! Devi sbrigarti, non c’è tempo da perdere.”
“Va bene, va bene, vi prego, ditemi cosa devo fare, digli di farti le
punture, vi prego. Signore, prendi me, non prendere mia figlia.”
“Signora? Lei stia lì e mi dia l’indirizzo, viene un mio collega a
prendere il sacchetto tra poco.”
“Il mio indirizzo?”
“Sì, ho qui il collega che è pronto ad arrivare, su, su, svelta,
l’indirizzo. Quando glielo diciamo lei scende e dà il sacchetto al mio
collega.”
“Sì, la via è questa, il civico, non lo so, adesso non me lo ricordo…”
“Va bene, signora, ci dica dov’è.”
“Sono a casa. Può venire qui, davanti alla stazione. Non lo so, mi dia
il numero del suo collega.”
“Si chiama Andrea, ma adesso lei stia lì, glielo diciamo noi quando
scendere.”

Trovo il fisso libero. Finalmente.
Mia madre risponde urlando.
“PRONTO!”
“Mamma… Calma.”
“Ho tutto, ho tutto.” Sta piangendo.
“Hai tutto cosa? Mamma, cosa succede?”
Sento una voce in sottofondo, viene dal cellulare di mia madre.
“Signora! Signora!”
“Sì, professore, sono qui, sono qui. Mi dica, devo scendere?”
“Mamma! MAMMA! Torna qui, al fisso. Mamma!”
“BARBARA! Un attimo, dammi solo un attimo e scendo! Ho tutto, le monete
non le ho trovate.”
“Quali monete?”
“UN ATTIMO PROFESSORE! Sono all’altro telefono!”
“Non parli con nessuno! Le ho detto di non parlare con nessuno!” sento
uscire dal cellulare.
MA È MIA FIGLIA! – dice da una parte, poi torna da me – Barbara, come
stai, come ti senti?”
“Mamma, adesso tu ascolti me e solo me. Con calma, respira.”
“Sì, ma come stai, dimmi come stai.”
“Sto benissimo e sono a casa. Spegni subito il cellulare.”
“Ma il professore…”
“Spegni immediatamente il cellulare e ascolta me e solo me.”
“Sono andata al box, ho raccolto tutto quello che potevo…” scoppia a
piangere.
Sento il suo cellulare che suona di nuovo.
“Non rispondere, mamma.”
“Dicono che devo scendere per dare tutto ad Andrea.”
“Non scendere. Chiudi bene la porta. Sto arrivando.”

Il suo cellulare suona di nuovo.
“È il professore” mi dice lei, e ormai la tensione le si è abbattuta
addosso e la sento che crolla.
Le dico di non rispondere, dopo due tentativi smettono di insistere,
continuo a parlarle, intanto mi metto le scarpe, infilo una giacca al
volo, prendo le chiavi e marcio verso casa sua che Tempesta in confronto
era una debuttante al ballo del diciottesimo.
Guardo tutte le persone nella piazza della stazione, cerco uomini soli,
magari con un borsone. Ho così tanta rabbia in corpo che per fortuna non
individuo nessuno con certezza, sennò all’ospedale ci finisco sul serio.

Continuo a parlare con mia madre, che intanto mi racconta quello che le
avrei detto, che la voce era proprio la mia, ne era certissima, forse mi
hanno registrata, ma chi erano, chi era il professore, e ogni tanto
confonde ancora realtà e finzione e mi dice che le monete non sa dove
siano, è sconvolta.
Salgo in ascensore, continuo a parlarle, le dico di non spaventarsi se
sente la porta aprirsi, che sono io, aspetto che mi risponda, entro.
Mi vede, scoppia a piangere.
Esco sul terrazzo, osservo di nuovo la piazza della stazione e fotografo
un uomo s
u una moto, con un borsone, che dopo aver aspettato qualche
minuto, mette in moto e se ne va.

Poi chiamo il mio amico in Questura che è sempre la persona meravigliosa
che è e che spiega a mia madre come funzionano queste truffe, che non
deve sentirsi stupida, ci cascano a centinaia, che se a un genitore dici
che il figlio sta male il cervello gli va in pappa in un battito di
ciglia e da quel momento vale tutto.
Chiamano a caso, si muovono per isolati, uno al giorno, una sim usa e
getta al giorno. Se perdono il colpo, mollano e passano ad altre vittime.
E la tranquillizza, è andata. Ce la siamo cavata.
Gli mando le foto che ho fatto, forse serviranno, forse no. Intanto
gliele mando.

Poi con mia madre ne approfittiamo per rivedere i ricordi dei suoi
genitori, quella spilla, quella collana, quel ciondolo, non grandi
valori economici ma inestimabili dal punto di vista affettivo.
Sto un po’ lì con lei, mi racconta tutto, la faccio sorridere dicendole
che siamo state una grande squadra. Lei è stata bravissima a mandarmi
quel messaggio e io per fortuna non l’ho liquidata pensando ai suoi
soliti casini con i telefoni. Come sia stato possibile trovare libero il
fisso, dato che della truffa fa parte anche tenere entrambi i telefoni
occupati, non lo sappiamo. Ma a volte fare casino con i telefoni può
rivelarsi una salvezza.
Ridiamo. Torno a casa.
E li maledico.
Che a queste persone accada esattamente ciò che loro fanno credere alle
loro vittime.
E voi, se avete un genitore anziano, raccontateglielo, perché magari,
sapendolo, non ci casca, e ne salviamo qualcun altro.
E chi ci casca non si senta né stupido né un vecchio inutile: sono abili
nel colpire le persone dove sono più vulnerabili, sanno come farlo e
vanno dritti al bersaglio.
Per fortuna, non sempre lo centrano.

Nota e considerazione di Barbara, utile e necessaria per rispondere a dubbi e osservazioni di tutti i lettori.

Non riesco a rispondere a tutti, ma vi ringrazio per questa partecipazione. La stragrande maggioranza di voi ha creato un abbraccio collettivo per mia madre che le ha fatto e le sta facendo bene, grazie. E credo lo abbia creato anche per chi è stato vittima di questo genere di truffa che, nella sua assurdità e crudeltà, e proprio per quello, colpisce nella dignità, fa sentire vulnerabili e incapaci di riconoscere cose che, quando si è lucidi, sono palesi.
Ho scritto questo post a caldo, subito dopo aver lasciato mia madre a casa, una volta averla vista più tranquilla, e ho tentato di ricreare quello che ha vissuto lei, come lo ha vissuto lei, perché è così che lo vive la vittima tipo di quella gente.
Speravo (e spero) che servisse a chiunque per non cascarci anche lui e a lei per farle vedere che non è stata l’unica e che le persone la sanno comprendere.
Per il resto, vado veloce e provo a rispondere a tutti qui. – Sì, è successo davvero, non è un fake. – Sì, è un post lungo: l’hanno tenuta al telefono per un’ora, direi che sono stata pure sintetica. – No, non siete obbligati a leggere fino in fondo, ci mancherebbe. Però non addormentatevi e se squilla il telefono rispondete, mi raccomando.

  • Sì, come ho scritto nel post la prima cosa che ho fatto è stata parlare con il mio amico della Questura e gli ho già scritto tutti i dettagli, oltre a mandargli le foto scattate (ammesso che servano).
  • No, bloccare i numeri sconosciuti non è la soluzione ideale, sia perché io non sono in elenco e pure il mio numero non compare se chiamo, sia perché questi usano Sim che poi gettano o restituiscono a ignari utenti, quindi non è quella la soluzione, purtroppo.
  • Sì, mia madre ha davvero creduto che quella fosse la mia voce, sono meccanismi mentali abbastanza semplici: se mandiamo una persona nel panico, e magari è anche una persona ansiosa di suo, dicendole che la figlia è moribonda in ospedale e quella figlia le parla con voce alterata dal dolore, dal pianto e dal sussurro per una presunta temperatura a 41, be’, può succedere di crederci. O di avere il dubbio ma far vincere la paura. La razionalità, in quei casi, fa le valigie e si trasferisce su un altro pianeta e la mente crede a ciò che le si vuol far credere, soprattutto se non le si dà il tempo per fermarsi a pensare (lì l’incalzare senza sosta).
  • Era la mia voce? Ovviamente no.
  • Mi hanno astutissimamente registrata e poi hanno montato tutto per turlupinare mia madre? Ovviamente no. Ci hanno provato, qualche volta funziona, altre no. Non mettete in croce chi ci casca facendo presente che non ha saputo riconoscere la voce di sua figlia. Siate umani, che a qualcosa di assurdo avrete creduto pure voi, nella vita.
  • Sì, il nostro Sistema Sanitario Nazionale ci cura gratis e un medico non ti chiede gli ori in pegno, per fortuna in Italia è così e grazie per chi ci tiene a farlo presente, è giusto ricordare le cose come stanno. E infatti nessuno è mai stato truffato, checché se ne sappia. In Questura fanno corsi d’uncinetto per passare il tempo, ormai. Sì, sono sarcastica.
Redazione People For Planet

Redazione People For Planet

Redazione centrale: Gabriella Canova, Simone Canova caporedattore centrale, Miriam Cesta settore Persona, Maria Cristina Dalbosco settore Società, Michela Dell’Amico settore Green

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