Sri Lanka: Isis rivendica, rimangono però molti dubbi

Gli attentati sarebbero una vendetta per il massacro di Christchurch, ma i dubbi sulle falle del governo srilankese rimangono.

Mentre i feriti sono oltre 500, sale a 321 il bilancio dei morti negli attentati di domenica in Sri Lanka, dove l’esecutivo ha decretato lo stato di emergenza. Un’emergenza che stando alle ricostruzioni poteva essere evitata. Risulta infatti evidente il fallimento dei servizi di intelligence dello Sri Lanka, avvisato lo scorso 4 aprile dall’India e dagli Stati Uniti sulla possibilità di attacchi terroristici per mano del semisconosciuto gruppo terroristico islamista National Thowheeth Jama’ath.

Il ministro della Difesa dello Sri Lanka, Ruwan Wijewardene, ha riferito in Parlamento che secondo le indagini preliminari gli attentati di domenica «sono stati compiuti come ritorsione dopo gli attentati di Christchurch», la strage compiuta dal 28enne australiano islamofobo e neofascista che il 15 marzo ha ucciso 50 persone e ne ha ferite altrettante prima nella moschea di Al Noor, poi nel centro islamico di Linwood. In entrambi i luoghi le persone erano intente a pregare e il terrorista ha trasmesso l’attentato con una diretta video via Facebook.
Dunque l’attentato contro i fedeli cristiani sarebbe una vendetta in risposta all’attentato contro i fedeli musulmani, quasi a un mese esatto. Lo scenario rimane tuttavia confuso.

Come ha scritto il giornalista Jason Burke sul Guardian, gli analisti sono concordi nel ritenere che compiere attentati suicidi contro sei o più obiettivi richiede mesi di pianificazione e una notevole capacità logistica: «Gli attentatori possono anche avere detonato i loro dispositivi da soli, ma probabilmente hanno avuto bisogno di una gestione attenta da parte dei loro leader nei giorni e nelle settimane precedenti agli attentati. Potrebbero essere state necessarie grandi quantità di esplosivo di tipo militare, così come rifugi sicuri e laboratori per fabbricare le bombe».

In altre parole, si profila la responsabilità di una fitta rete di attori internazionali che avrebbe appoggiato il National Thowheeth Jama’ath.

Ipotesi avvalorata dallo stesso governo, secondo il quale il National Thowheeth Jama’ath è stato aiutato da organizzazioni terroristiche internazionali, senza peraltro fornire ulteriori informazioni.

L’ISIS ha diffuso la rivendicazione tramite la sua agenzia semi ufficiale Amaq, ma in attesa di prove che ne dimostrino la veridicità il clima in Sri Lanka è teso e la memoria va alla storia del Paese, attraversato dal 1983 al 2009 da guerre civili nelle quali hanno perso la vita circa 100mila persone. Tigri Tamil, il movimento separatista della minoranza tamil formata per lo più da induisti, ripeté negli anni la tattica degli attentati esplosivi, ma il governo rappresentante dell’etnia singalese, a stragrande maggioranza buddista, riuscì a sconfiggerlo nel 2009.

Il National Thowheeth Jama’athd in passato si è distinto per avere danneggiato alcune statue buddiste, non è affiliato alle frange estreme induiste ma jihadiste, inoltre le informazioni che lo riguardano sono poche e risalgono al novembre 2016, quando la polizia srilankese arrestò uno dei leader del gruppo che «incitava alla disarmonia religiosa» durante una protesta. La guerra civile che ha dilaniato lo Sri Lanka nulla ha a che fare né con la militanza islamica violenta né con la persecuzione dei cristiani. dunque il sospetto è che gli aiuti, evidentemente indispensabili per un attacco terroristico della portata di quello avvenuto la settimana scorsa, provengano da fuori dal Paese.

Tanto più che all’indomani della fine della guerra civile, in Sri Lanka si sviluppò una forte retorica anti-islamica da parte dei leader nazionalisti buddisti, che attraverso la propaganda diffusa sui social media hanno ripetutamente accusato i musulmani di reclutare bambini e sposare donne buddiste per rafforzarsi.

In questi giorni in Sri Lanka è lutto nazionale e vige lo stato di emergenza, che prevede il coprifuoco dalle 8 di sera alle 4 del mattino e il potere, da parte della polizia dei militari, di arrestare e interrogare i sospetti senza l’ordine di un tribunale, potere che non era stato più usato dalla guerra civile. Ad oggi le forze dell’ordine hanno arrestato 40 persone sospettate di avere avuto un ruolo nell’organizzazione degli attentati. Accanto al National Thawheed Jamaat, il cui nome è circolato subito, ora spunta anche quello di Jamiyyathul Millatu Ibrahim. La domanda però rimane: perché l’intelligence srilankese non ha ascoltato l’allarme comunicato dai servizi segreti indiani e americani?

«Gli attacchi terroristici di domenica in Sri Lanka non sono stati un fallimento dei servizi segreti del Paese, ma una mancanza di circolazione interna delle informazioni a persone capaci di agire», si è giustificato in un’intervista il ministro delle Riforme economiche e della distribuzione pubblica dello Sri Lanka Harsha De Silva. Giustificazione, oggi, assai debole.

Immagine di copertina: La Presse

Stela Xhunga

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