Storia di una “normale” spazzatura…

Non ci rendiamo conto di quanta immondizia produciamo finché non cominciamo a misurarla: una coppia lo ha fatto, per una settimana. Ecco cosa ha scoperto.

Da qualche mese a questa parte io e il mio compagno ci siamo trasferiti in un piccolo bilocale. Quando abbiamo fatto questa scelta abbiamo pensato a molte cose: abbiamo valutato i problemi di una convivenza in pochi metri quadri, abbiamo deciso di portare poche cose, abbiamo optato per un arredamento “minimal”. Non abbiamo però mai pensato a una cosa: la spazzatura. Era l’ultimo dei nostri pensieri, e invece è diventato un vero problema.

Da quando ci siamo trasferiti ci sembra di passare il tempo a buttare immondizia: è vero che non possiamo tenere grossi sacchi o bidoni in casa ma non pensavamo nemmeno che saremmo riusciti a riempirli così velocemente, pur facendo la raccolta differenziata.

Dovendo andare a buttare tutto così spesso, ho notato che quello dei rifiuti è un problema di tutto il palazzo: qui vive un centinaio di famiglie e l’esercito di bidoni condominiali schierato al piano interrato non basta mai. I bidoni sono sempre pieni e il povero custode passa intere mattinate a svuotarli e spostarli controllando che la differenziata sia fatta correttamente.

Ho iniziato a rifletterci: in casa non siamo spreconi, stiamo attenti a differenziare, privilegiamo quando possibile i contenitori con il packaging più semplice, non siamo “amazon-addicted” quindi ci arriva solo qualche scatolone ogni tanto. Eppure la mia impressione è che alla fine, pur stando attenti, produciamo lo stesso, come gli altri inquilini del nostro palazzo, tantissima spazzatura.

Quindi ho deciso di fare un esperimento. Non una cosa valida statisticamente ma che servisse per farmi un’idea. Ho iniziato a pesare la spazzatura che abbiamo prodotto in casa in una settimana, la spazzatura domestica che produce una coppia di giovani milanesi che – tra l’altro – vivono gran parte della loro giornata fuori casa.

Ne ho approfittato per seguire la storia della mia spazzatura, cercando di capire come e quando qualcosa è arrivato nel cestino per capire se potevo evitarlo. Ho pesato i sacchetti quando era ora di buttarli, usando la pesa da cucina e la bilancia pesapersone, per la gioia del mio compagno che intanto si è portato avanti informandosi per il divorzio breve nel caso mi venissero altre idee del genere.

Ho fatto la spesa nel weekend, cercando di non farmi condizionare dal mio esperimento e comprando le solite cose. I sacchi della spazzatura, portati fuori la domenica, hanno cominciato ad essere pieni verso il giovedì. Quel giorno ho buttato 620 grammi di umido e 393 di plastica.

Nella stessa giornata mi sono accorta di aver fatto andare a male i fichi, così ho prodotto altri 518 grammi di umido. Mi dà molto fastidio buttare il cibo e misurare quanto ne ho buttato in un colpo solo mi ha fatto ancora più rendere conto di quanto sia facile sprecarlo.

Nei giorni successivi ho pesato e buttato: 1,357 kg di vetro e lattine, 287 grammi di plastica, 315 grammi di carta, 250 grammi di rifiuto indifferenziato. Ovviamente il vetro e le lattine sono il rifiuto più pesante, ma la plastica, pur pesando poco, è quella che occupa più spazio, con le bottiglie dell’acqua che, per quanto schiacciate, sono davvero voluminose. Anche le vaschette che i supermercati usano per la carne o il pesce occupano tantissimo spazio e non hanno grandi possibilità di riutilizzo in casa, anche perché molte volte rimangono sporche o maleodoranti.

Domenica, dopo due giorni in cui eravamo entrambi in casa, ho buttato di nuovo l’umido, 229 grammi, e poi ho deciso di pulire uno scaffale e ho buttato altri 700 grammi di carta.

A conti fatti, alla fine in due abbiamo prodotto 4,669 kg di rifiuti in una settimana.

Bisogna ricordare che noi pranziamo sempre fuori casa, portandoci la “schiscetta”(termine milanese per indicare il portavivande che contiene il cibo preparato in casa e consumato fuori, se preferite l’inglese chiamatelo “lunch box”), e quindi ciò che diventa spazzatura dopo pranzo e durante la giornata lavorativa non lo smaltiamo in casa. Probabilmente arriveremmo facilmente ai 7 o 8 kg in una settimana, se non di più.

L’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel suo ultimo rapporto ha misurato un aumento dei rifiuti prodotti in Italia tra il 2016 e il 2017, e la media nazionale si attesta a 497 kg pro capite in un anno. Praticamente mezza tonnellata di rifiuti in un anno. Ci sono regioni dove si supera anche questa cifra. Dividendo in maniera grossolana per 52 settimane all’anno significa che in una settimana ogni italiano produce circa 9,5 kg di spazzatura.

Se in due abbiamo prodotto circa 8 kg vuol dire che produciamo a testa circa 4 kg, la metà della media nazionale. Era però solo una settimana di esempio: nell’arco di un anno, quando capita di fare pulizie o buttare oggetti, mobili o elettrodomestici, probabilmente anche noi saremmo vicini alla media nazionale.

Che si faccia la raccolta differenziata o meno, il problema rimane la quantità e i tanti oggetti usa e getta che ci riempiono la vita: mi ha fatto impressione pensare che io, che peso 50 kg, in un anno posso buttare quasi dieci volte il mio peso.

Il mio esperimento mi ha fatto rendere conto di quanto effettivamente buttiamo via senza nemmeno pensarci e di quanti pacchi, pacchetti, contenitori compriamo quando facciamo la spesa.

Arrivare a un’economia circolare dei rifiuti, riciclarli e creare valore da ciò che si butta è una priorità europea che non si può non condividere. Ma lo è anche la riduzione dei rifiuti e un consumo più consapevole.

Chissà se, pur vivendo in città, è possibile riavvicinarci a un consumo più semplice, senza tante scatole, contenitori, bottiglie. Come facevano i nostri nonni, quando la plastica era un oggetto mitico, gli imballaggi erano pochi e le cose si avvolgevano, si incartavano, si svuotavano e si riempivano di nuovo?

Il prossimo esperimento sarà quello di ripartire da lì.

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Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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