Strasburgo e la zebiba dell’attentatore

Commento a margine dell’editoriale “Il male accovacciato nell’Islam” del giornalista Toni Capuozzo.

“Vorrei essere, adesso, semplice e chiaro” avverte Toni Capuozzo a principio del suo editoriale pubblicato via Facebook l’altro ieri con il titolo “Il male accovacciato nell’Islam”, e in effetti lo è stato. Si può non essere d’accordo con un giornalista come Toni Capuozzo, ma difficilmente gli si potrà negare onestà intellettuale, anche quando scrive di volersi tirare fuori da quelli che:

“davanti all’orrore jhadista, davanti alle esecuzioni di persone inermi in una strada a Strasburgo, dicono: non è Islam, questo. Non è, per fortuna, l’Islam di milioni di musulmani”, prosegue, “dei curdi che si sono battuti al posto nostro, le donne libere in prima fila, contro i tagliagole dello Stato Islamico. Non è l’Islam di tanti musulmani che ho conosciuto, cui ho voluto e voglio bene […] Ma è Islam, e lo è innanzitutto in una lettura portata alle estreme conseguenze dei testi sacri, e in una continua ricerca di legittimazione nella storia islamica”.

C’è un fatto, che Cheriff Chekatt, l’attentatore di Strasburgo, nella foto che lo ritrae e che circola in internet, ha la zebiba. La zebiba è una specie di callo, un bernoccolo che si forma sulla fronte del fedele musulmano particolarmente zelante che si prostra a terra 5 volte al giorno in segno di sottomissione ad Allāh. L’equivalente cristiano potrebbe essere la genuflessione, pratica ormai quasi in disuso, i cui segni sulle ginocchia, meno visibili, persino fraintendibili, al coperto dei vestiti, sfuggono allo sguardo dei farisei che amano studiarsi reciprocamente e valutare lo zelo religioso dell’uno e dell’altro. Il volto non è mica un ginocchio. Scriveva il filosofo Emmanuel Lèvinas:

“Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui io contemplo soltanto dei dati, ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una di minaccia”.

“Dove ho sbagliato” si chiede l’uomo engagé di sinistra guardando il volto di Cheriff Chekatt, in che “modo avremmo potuto aiutarlo perché non si radicalizzasse?” (qualunque cosa significhi ‘radicalizzazione’). “È tutto sbagliato” pensa quello invece contrario al Global Compact, “come abbiamo fatto a non ‘deradicalizzarlo’ prima?” (qualunque cosa significhi ‘deradicalizzazione’). Dal momento che l’animo di una persona è imperscrutabile e il cuore ha più stanze di un bordello, entrambi fissano la zebiba di Cheriff Chekatt.

“Ma c’è qualcosa che dovreste avere imparato, in mezzo a noi”, esorta Capuozzo rivolto presumibilmente agli islamici “moderati”, ed è “la bellezza del dubbio, della libertà del giudizio individuale, della spregiudicatezza, del coraggio di dissentire. Sono cose che valgono più di un permesso di soggiorno, più di una cittadinanza, più di un posto di lavoro”. Senza documenti né lavoro si ha tendenzialmente poca voglia di parlare, figuriamoci di parlare a nome di chi fa terrorismo in nome di una lettura estremizzata del proprio credo religioso, ma certo è un tema ricorrente, e in parte da affrontare, quello del mancata lotta da parte della comunità islamica rispetto al terrorismo che proprio con l’Islam vorrebbe legittimarsi. Poniamo che Toni Capuozzo abbia ragione, che il desiderio di legittimazione da parte dell’Islam esacerbato negli atti terroristici sia anche Islam. La legittimazione a cui fa riferimento il giornalista sarebbe, forse, da intendere come il filosofo René Girard, il quale, intervistato da “Le Monde” a pochi giorni dall’11 settembre, disse:

l’errore di sempre è di ragionare secondo le categorie della ‘differenza’, mentre invece la radice dei conflitti è piuttosto quella della ‘concorrenza’, la rivalità mimetica fra gli esseri, i Pesi, le culture, la concorrenza, ossia il desiderio di imitare l’altro per ottenere la stessa cosa che ha lui, all’occorrenza con la violenza […] Senza dubbio il terrorismo ha radici in un mondo ‘differente’ dal nostro, ma ciò che suscita il terrorismo non è da ricercare in questa ‘differenza’ che lo allontana sempre più da noi rendendocelo inconcepibile. È al contrario da ricercare in un desiderio esasperato di convergenza e rassomiglianza. I rapporti umani sono essenzialmente dei rapporti di imitazione, di concorrenza”.

Secondo il filosofo e antropologo francese nato ad Avignone il 25 dicembre del 1923, guardando da presso la stagione del terrorismo in Occidente inaugurata dall’11 settembre, vediamo in atto una rivalità mimetica innescata dal terrorismo, che anziché differenziarsi dall’Occidente vorrebbe invece convergere con esso, somigliargli, innescando così un rapporto mutuale di imitazione-odio tra soggetto desiderante (il terrorismo) e modello (Occidentale) fatalmente votato a confondere o addirittura abolire le differenze preesistenti tra i due. Forse allora, oltre alla zebiba, bisognerebbe osservare il taglio della giacca, i capelli di Cheriff Chekatt.

Non è poi da escludere l’ipotesi che questa new wave del terrorismo non abbia più nulla né religioso, né ideologico, né di economico, ma sia soltanto la cornice più adatta, qui e ora, a canalizzare rigurgiti nichilisti. Di rigurgiti nichilisti la storia è piena, e sempre ce ne saranno, soltanto che prima (con le grandi guerre, i centri psichiatrici di detenzione coatta, eccetera) venivano catalizzati in un punto e fatti scomparire nel medesimo. Quale che sia il male che Capuozzo invita a guardare, il nulla ha diverse forme e gradazioni, nessuno è esente da rigurgiti nichilisti.

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Stela Xhunga

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