Stretta della Francia sull’obsolescenza programmata

Dal 2020 indice di riparabilità obbligatorio sui prodotti tech

A partire dall’1 gennaio del 2020 in Francia ogni prodotto tecnologico dovrà esibire un’etichetta che riporti l’indice di riparabilità. L’obsolescenza programmata ha i giorni contati.

Tutto si può dire dei francesi tranne che non sappiano fare le rivoluzioni e che non abbiano una particolare predilezione per il mese di luglio.

La rivoluzione francese contro l’obsolescenza programmata ha infatti inizio l’1 luglio 2016, quando è entrato in vigore il reato di obsolescenza programmata, con pene fino a due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda condannata e multa di 300mila euro, estendibile al 5% del fatturato generato nel Paese.

L’emendamento, voluto dalla commissione speciale per l’energia, è stato approvato a meno di un anno dalla proposta. Una decisione rapida e indolore, che ha come obiettivi l’allungamento dei cicli di vita degli oggetti di uso quotidiano e una maggiore trasparenza a favore dei consumatori. L’etichetta obbligatoria riporterà l’indice di riparabilità del prodotto calcolato in base a dieci parametri: ciò permetterà non soltanto acquisti più consapevoli ma riutilizzi più agevolati degli oggetti, a vantaggio di ambiente e tasche dei cittadini.

Un’indagine francese condotta da ADAME (Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia) ha rilevato che l’88% dei francesi sostituisce il proprio telefono cellulare non perché inutilizzabile, ma perché “vecchio”. Per ogni utente che cambia il proprio telefonino ogni quattro anni anziché ogni due il risparmio ambientale è di 37 kg di gas serra in meno nell’atmosfera.

Certo, facile fare le rivoluzioni in Francia, dove ci sono un Ministro per la Transizione Ecologica e Solidale, Brune Poirson; il FREC (Feuille de route économie circulaire), un piano di governo francese, pubblicato a maggio, a favore dell’economia circolare; associazioni come HOP (Halte à l’Obsolescenze Programmée, letteralmente “stop all’obsolescenza programmata”) che affiancano la magistratura nelle inchieste contro addirittura le multinazionali del mondo digitale; big del mercato digitale come Fnac-Darty, piattaforma e-commerce di prodotti di elettronica, che nonostante sia terza per grandezza nel mercato francese, e con centinaia di negozi fisici sparsi sul territorio, ha introdotto l’etichetta di riparabilità già a partire da quest’anno, con due anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore dell’obbligo per legge.

Quanto sta facendo la Francia è un chiaro esempio di come – pur con le difficoltà legate all’uscita da una crisi che ha colpito tutti e da cui è ancora difficile affrancarsi – un mercato sostenibile è concretamente possibile. È pratica comune di questi tempi demonizzare il mercato. Il suo pregio dovrebbe essere quello di funzionare in modo naturale e permettere a ciascuno di guadagnare quanto qualcun altro è disposto a dargli. Ciò nonostante, a torto o a ragione, si imputa al mercato ciò che forse ha più a che vedere con l’egoismo umano. Di più: si imputa al mercato storture e difetti che sono propri dei consumatori.

Si può vietare la plastica usa e getta, per altro indispensabile in certi ambiti, come quello medico, si possono introdurre veicoli sempre meno inquinanti, si può regolamentare l’utilizzo delle risorse. Se però il consumatore prende l’auto per fare quattrocento metri, tenendo il motore a 6mila giri e il condizionatore a 18° a settembre, è evidente che il problema non è il fantomatico mercato, ma l’individuo, il consumatore.

Egli gioca un ruolo fondamentale, anche nella partita contro l’obsolescenza programmata. In linea teorica il consumatore può già farsi una stima della vita utile del prodotto che intende acquistare. Nel caso di un cellulare, ad esempio, la durata della batteria, le plastiche e il MTTF dell’elettronica sono dati che informano sulla durata oltre che sulla qualità del prodotto. Ma quanti prestano attenzione alla scheda del prodotto? Quanti sono in grado di leggere tali dati? Un’etichettatura comprensibile e valida per tutti è indubbiamente il primo passo verso una società di individui consapevoli.

L’obsolescenza programmata risale all’invenzione della lampadina, ed è un concetto quasi banale, che il consumatore accetta come qualcosa di naturale, di ovvio, specie in relazione a oggetti che hanno a che fare con l’informatica e la tecnologia. Dell’obsolescenza programmata di alcuni oggetti non si fa nemmeno più caso: lo spazzolino elettrico a cui non si può sostituire la batteria, il frullatore da cucina, dove occorre spaccare la plastica per riparare o sostituire il motore elettrico, perché non ci sono viti, eccetera. Per evitare di circondarsi di 300mila intercambiabili, di cui non si ha nemmeno conoscenza, è necessario affinare la coscienza.

 

Photo credit: www.dailygreen.it

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Stela Xhunga

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