La Svizzera dà 148 milioni di franchi per l’ambiente mondiale

Greenwashing o lodevole iniziativa della Svizzera?

La Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’energia del Consiglio degli Stati (CAPTE-S) della Svizzera ha accolto quasi all’unanimità il decreto sottoposto dal Consiglio Federale che prevede di stanziare nel prossimo quadrienno 2019-2022 quasi 148 milioni di franchi, 147,83 milioni per l’esattezza, da destinare alla protezione dell’ambiente, non svizzero, ma del pianeta. La cifra è identica a quella spesa con il medesimo obiettivo nel quadriennio 2015-2018 e leggermente inferiore rispetto all’importo offerto nel periodo 2013-2015.

I soldi verranno divisi in quattro fondi distinti per settore, gran parte della cifra, ben 118,34 milioni di franchi,  andrà al Fondo globale per l’ambiente. Al Fondo multilaterale per l’ozono, il cui impegno è quello di ridurre lo strato sempre più ingente di ozono nell’atmosfera, saranno destinati 13,54 milioni di franchi, e i restanti 13,15 verranno divisi fra altri due fondi climatici. Sono 2,8 milioni, invece, i franchi che il decreto esecutivo svizzero ha preventivato per monitorare la gestione dei finanziamenti e garantirne la giusta amministrazione.

E all’interno dei confini della Svizzera come procede l’impegno nel settore della protezione climatica? Bene ma non benissimo, stando all’indice della svolta energetica pubblicato lo scorso 18 ottobre dall’Alleanza-Ambiente elvetica, al cui interno operano le associazioni Greenpeace Svizzera, WWF, Pro Natura e ATA (Associazione Traffico e Ambiente). Le emissioni di CO2 stanno sì diminuendo, ma lentamente. Troppo lentamente, se si confronta con gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima.

“Abbiamo un assoluto bisogno di invertire la tendenza in materia di protezione climatica, se la Svizzera vuole evitare un risveglio doloroso e costoso”, ha dichiarato Elmar Grosse Ruse, specialista del clima di WWF. Dal 2013 la Svizzera rende pubblico un indice di valutazione della domanda, della produzione e dell’efficienza energetica rispetto a sette specifici settori: protezione del clima, uscita del nucleare, biodiversità ed energie rinnovabili, economia e società, sicurezza dell’approvvigionamento.

I consumi energetici dei privati e dell’economia svizzeri sono assai virtuosi rispetto alla media internazionale, e gli obiettivi fissati dal Consiglio federale rispetto a quanto stipulato nell’Accordo di Parigi sono stati raggiunti al 100%. Buona anche la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, che si attesta al 78%.  A mettere in allarme le associazioni ambientaliste svizzere sono piuttosto le tendenze in fatto di prestazioni di energie rinnovabili, vale a dire le installazioni solari, eoliche e di biomassa, che sono scese dal 18% al 16% rispetto allo scorso anno. Stesso trend per gli indicatori che monitorano lo stato della biodiversità, in calo dal 27% al 25%. Un calo tutto sommato risibile, che in Italia forse sarebbe passato in sordina, ma non in Svizzera, dove ha subito innestato una serie di contromisure e iniziative da parte delle istituzioni, a loro volta prese con un altro mea culpa in materia di ambiente: il commercio di carbonio.

Un terzo delle compravendite mondiali di carbone passa infatti dalla Svizzera, dove l’impatto ambientale complessivo procapite nell’ultimo ventennio è sì sceso al 19% grazie al progresso tecnologico e alla cittadinanza virtuosa, ma a scapito dell’impatto oltre i confini nazionali. La politica di delocalizzazione attuata dalla Svizzera – che ha estremo bisogno di importare materie prime e prodotti, si riversa prevalentemente su clima, biodiversità e risorse idriche del pianeta. Risorse che non godono di prosperità e salute, considerato che quelle del 2018 sono terminate l’1 agosto scorso. I 148 milioni di franchi confermati da Berna assomiglierebbero quindi una sorta di greenwashing. C’è un dettaglio, però, da non trascurare: lo studio che ha denunciato l’impatto ecologico della Svizzera sulla Terra proviene dall’Ufficio federale dell’Ambiente elvetico, non da commissioni o enti stranieri. Una presa di coscienza come raramente capita dalle nostre parti.

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Stela Xhunga

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