“Tempesta emotiva dimezza la pena”? Ennesima fake news

E no, non è con le notizie sensazionalistiche che si estirpa il femminicidio in Italia

Fa discutere la sentenza pronunciata dalla Corte d’assise d’appello di Bologna che ha ridotto da 30 anni (sentenza di primo grado con rito abbreviato) a 16 anni la pena di un uomo, Michele Castaldo, reo confesso dell’omicidio di una donna, Olga Matei, cui era legato sentimentalmente da un mese. E non stupisce: i giornali hanno titolato “ Tempesta d’amore dimezza la pena” declinando il concetto in tutte le sue varianti e scatenando l’indignazione pubblica e l’estro dei politici.

«È gravissimo oltre che inaccettabile che nel 2019 la sentenza di un tribunale consideri la gelosia sotto le mentite spoglie di una ‘tempesta emotiva’ un’attenuante per l’omicidio di una donna» hanno dichiarato le senatrici e i senatori del M5S che presiedono alla commissione d’inchiesta sul femminicidio. «Mi ha fatto balzare dalla sedia» ha confessato l’Avv. Giulia Bongiorno. Pur con varianti stilistiche, Pd, Fratelli d’Italia e M5S sono stati per una volta d’accordo, qui si ritorna al delitto d’onore. Uno scempio, una vergogna, una barbarie.

Una fake news, per l’esattezza. Bieca disinformazione a opera di giornalisti che sentenziano senza avere letto la sentenza e di lettori che oltre i titoli faticano a leggere.

I giudici della Corte d’assise d’appello di Bologna hanno ribadito quanto aveva espresso il giudice di primo grado, il gup in rito abbreviato, in merito all’aggravante della sussistenza dei futili motivi. E lo hanno ribadito chiaramente, sulla base della giurisprudenza della Cassazione:

La manifestazione di gelosia può non integrare il motivo futile solo qualora si tratti di una spinta davvero forte dell’animo umano collegata a un desiderio di vita in comune: costituisce, invece, motivo abbietto o futile quando sia espressione di uno spirito punitivo nei confronti della vittima, considerata come propria appartenenza e di cui va punita l’insubordinazione”.

Sembra il comunicato stampa di un’associazione femminista, invece sono le parole pronunciate proprio da quei giudici che gli indignati da tastiera di questi giorni vorrebbero sulla pubblica gogna. “Vogliamo i nomi dei giudici”: per farci cosa, non è dato a sapersi.

Lo stato di gelosia, secondo i giudici di Bologna, “immotivato e inidoneo a inficiare la capacità di autodeterminazione dell’imputato, avrebbe determinato nell’omicida ciò che lo psichiatra incaricato della perizia ha definito “una soverchiante tempesta emotiva e passionale’ che in effetti si manifestò subito dopo anche con il teatrale tentativo di suicidio”. La gelosia non avrebbe costituito un aggravante. Che è ben diverso dal costituire un’attenuante, come hanno scritto i giornali.

Le attenuanti, in primo grado negate, poi accolte dai giudici di Bologna, riguardano invece il fatto che l’omicida ha confessato e ha iniziato a risarcire la figlia della vittima, dando prova di un comportamento che “lascia intravedere una presa di coscienza dell’enormità dell’azione compiuta”.

Il femminicidio è sintomatico di un Paese suo malgrado ancora patriarcale, un problema grave, da risolvere senza sensazionalismi, e senza una collettività che auguri costantemente al condannato l’esclusione di ogni beneficio. Sfugge ancora l’essenza della funzione rieducativa della pena. Quale incentivo può avere una persona a riabilitarsi se sa che rimarrà esclusa in modo perenne dalla partecipazione alle cose comuni di sempre? Per nessun reato è stabilito un numero fisso di anni di detenzione, è prevista una pena compresa tra un lasso di anni, da valutare per ogni singolo caso, e per il rito abbreviato, cui ha aderito l’omicida, prevede lo sconto di un terzo della pena. L’omicidio di una persona vale meno pena detentiva se si cristallizzano le prove acquisite in istruttoria? È una domanda che può agire da ‘tempesta emotiva’ nell’animo di chiunque. Fortunatamente non si deve vivere di solo animo.

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Stela Xhunga

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