The Irishman Netflix

“The Irishman”: il gangster movie definitivo di Scorsese arriva su Netflix

L’evento cinematografico dell’anno

Metti insieme Johnny Boy ( Robert De Niro) e don Michael Corleone (Al Pacino), mescolali con Tommy DeVito (Joe Pesci in “Quei bravi ragazzi”). Poi crea un affresco di tre ore e mezza che unisce storia del crimine e storia americana. Shakera il tutto con la maestria di un grande regista. Et voila, ecco “The Irishman”.

L’evento cinematografico dell’anno” (Rolling Stone). “È solo un minuto in meno di tre ore e mezzo e non vorresti che fosse per niente più breve” (The New Yorker). “Un monumento è una cosa complicata. Questo è grande e solido. E sorprendentemente delicato“ (“The New York Times”). Si potrebbe andare avanti per un bel po’: non sarà un caso se è piaciuto al 96 per cento dei critici internazionali, secondo Rotten Tomatoes, il più celebre aggregatore di recensioni cinematografiche del mondo .

Non vi piace Scorsese? Allora non guardate “The Irishman”. Perché questo è purissimo Martin Scorsese Doc. Ma allora probabilmente siete tra quelli che non vanno al cinema e che in tv vedono di tutto tranne che film.

In caso contrario, se l’avete perso in uno di quei pochi e piccoli cinema che l’hanno proiettato in questi giorni (così ha voluto la produzione) correte a vederlo su Netflix, dove è in onda dal 27 novembre.

E se non avete Netflix, fatevi invitare da un amico che ce l’ha.

La trama

Frank Sheeran (Robert De Niro) ha imparato a uccidere a sangue freddo durante la Seconda Guerra Mondiale, sparando a prigionieri di guerra tedeschi ai quali, prima, faceva scavare la fossa (e così bye bye al mito degli americani “buoni” durante la guerra contro i nazisti).

Finito il conflitto, trova lavoro come camionista, e impara rapidamente ad arrotondare la paga sottraendo parte della merce. Ma ben presto il suo mestiere diventerà quello di “dipingere case”, cioè colorarle col sangue che schizza dalle sue vittime.

Frank diventa un killer del boss mafioso Russell Bufalino (Joe Pesci). Taciturno, efficiente, fidato, viene “passato” da Russell al potente capo del sindacato camionisti Jimmy Hoffa (Al Pacino), sindacalista ma anche ammanicato con la mafia.

Hoffa però non lo usa solo come killer: Frank diventa uno dei suoi uomini di fiducia nel sindacato, e il suo accompagnatore ovunque: festeggiano insieme Natali e compleanni, e dividono le stanze d’albergo come una vecchia coppia. Sono amici, ammesso che questa parola abbia un senso nel mondo del crimine (e in realtà non ce l’ha).

Hoffa è anche il Virgilio che porta il film nell’inferno della Storia americana con la esse maiuscola: dalla fallita spedizione alla Baia dei porci per riprendersi Cuba all’omicidio di John Kennedy, sino al Watergate. Il film è basato sul libro “ I heard you paint houses” (in Italia “The Irishman”) di Charles Brandt, nel quale il vero Frank Sheeran, sicario della mafia, racconta la sua verità su molti fatti storici celebri, dall’omicidio di JFK e quello dello stesso Jimmy Hoffa.

Ma Scorsese non è Oliver Stone: più che i grandi eventi gli interessano gli uomini. “Volevo parlare della natura umana» ha dichiarato il regista. «Dell’amicizia, dei tradimenti, della possibilità o meno del perdono, del tempo e del rapporto con la morte”.

La vicenda si snoda nell’arco di oltre mezzo secolo, dagli anni Cinquanta al Duemila quando, nel lungo, magnifico finale, vediamo Frank vecchissimo, su una sedia a rotelle, solo in una stanza d’ospedale. Un finale nel quale non c’è adrenalina, non c’è epica. Il mito mafioso muore nella solitudine di un uomo anziano, che ormai è nell’inverno della vita.

Quei bravi ragazzi sono diventati vecchi

”Da quanto posso ricordare, ho sempre voluto essere un gangster”. È uno degli incipit più belli della storia del cinema. La voce fuori campo di Ray Liotta è la prima battuta di “Quei bravi ragazzi”. Un film che «è l’esplorazione di uno stile di vita» diceva Scorsese ai tempi (1990). «Mi sarebbe piaciuto che tutto il film fosse veloce quanto una pubblicità». E lo è: le inquadrature con la steadycam – che consente di avere riprese stabili anche quando l’operatore è in movimento – vertiginose e ininterrotte ci conducono in un mondo di uomini arroganti e sguaiati, crudeli e disinvolti, che vogliono scalare il potere criminale.

È un punto di svolta nel gangster movie: c’è un prima e un dopo “Quei bravi ragazzi”.

Un film che è adrenalina pura, è glamour, ma è anche famiglia, cibo, violenza e humour nero: il sugo ribolle nella cucina di mamma, mentre un uomo nel bagagliaio aspetta di essere ucciso.

Forse la ricorderete: è la splendida scena in cui i bravi ragazzi, andati a casa di DeVito-Pesci per cercare una pala, finiscono invitati a cena da sua madre (interpretata dalla madre di Scorsese, Catherine: la sua somiglianza col figlio Martin è impressionante) alla quale, come a ogni mamma italiana, non si può dire di no. Nemmeno se hai un tizio da ammazzare imprigionato nella tua auto.

Ora quei bravi ragazzi li ritroviamo qui, in “The Irishman”. “Quando ero ragazzo, pensavo che fossero gli imbianchini a dipingere case” dice all’inizio del film la voce fuori campo di Frank Sheeran-De Niro. E si vede un muro bianco improvvisamente schizzato di sangue. Puro Scorsese all’ennesima potenza.

Ma se ti aspetti un sequel di “Quei bravi ragazzi”, hai sbagliato film. I ragazzi sono cresciuti, sono diventati vecchi. Non sono più goodfellas che azzoppano un cameriere tanto per far vedere quanto sono cazzuti. Non più sono spari e soldi facili, donne e (discutibile) divertimento.

Ci sono gli spari, ma non c’è più il fascino. Sheeran-De Niro è un grigio travet dell’omicidio. E per ogni mafioso che compare, una didascalia ti avvisa subito che fine ha fatto: morto con tre colpi in faccia, ucciso con otto proiettili in un parcheggio, e via così.

Il loro compagno di viaggio non è una vita spericolata: è la morte.

O la solitudine della vecchiaia. Frank viene abbandonato pure dalla figlia, che vede in Sheeran un mostro più che un padre.

La saga italoamericana del crimine iniziata con i delinquenti di strada di “Mean Street”, proseguita con i criminali in ascesa di “Quei bravi ragazzi” e con i boss di Las Vegas di “Casinò” è arrivata al capitolo finale.

Un cast eccezionale

Che la coppia De Niro-Scorsese funzioni a meraviglia non è certo una novità. È il nono film che fanno insieme. Ma qui De Niro è perfetto nel recitare per sottrazione, più con i silenzi che con le battute, componendo il ritratto di un uomo che esegue il suo lavoro senza emozioni o sentimenti, senza provare rimorsi neppure quando tradisce amici e mentori. L’unico rimorso che ammetterà, infatti, riguarda una telefonata -piena di menzogne- fatta alla moglie dell’amico tradito.

È un uomo che ha ucciso troppo, compresi i suoi sentimenti.

Joe Pesci, che non compariva in un film da un decennio – e pare che convincerlo a tornare in scena sia stato tutt’altro che facile- è il contrario del gangster dalle incontrollate esplosioni di rabbia a cui ci aveva abituato in “Quei Bravi Ragazzi” o in “Casinò”. Ma freddo, pacato, gentile, è ancora più inquietante.

Al Pacino ha il ruolo più istrionico ed esplosivo. Il suo Hoffa, pieno di manie quasi infantili (la passione per i gelati, l’ossessione della puntualità) e dotato di un’oratoria travolgente e di rabbie fulminanti, è una delle sue migliori interpretazioni da molti anni a questa parte. E la magnifica lite con un rivale del sindacato – criminale quanto e più di lui, Anthony Provenzano (Stephen Graham) – su quanti minuti si può aspettare a un appuntamento, è un pezzo di commedia memorabile. E una lezione sui deliri può arrivare l’ego “macho”.

Di livello anche gli attori secondari (da Graham a Bobby Cannavale) tra i quali non poteva mancare Harvey Keitel, indimenticabile coprotagonista di “Mean Street”.

La sola donna con un ruolo rilevante in un film popolato di maschi è Anna Paquin nei panni della figlia di Frank, l’unica dotata di coscienza e morale.

Gli effetti speciali per l’invecchiamento funzionano?

Nel film vediamo De Niro e gli altri, che sono over 70, ringiovaniti di vari decenni o invecchiati sino a oltre ottant’anni. «Volevo fare un film con i miei amici» ha spiegato Scorsese. «Ci tenevo a farlo tutto con loro, senza ricorrere a un cast alternativo per far interpretare quei ruoli in gioventù».

Ci riesce grazie a una tecnologia costosissima, che ha fatto lievitare le spese sino a 160 milioni di dollari. «La sfida era far sì che gli attori potessero lavorare liberamente, senza protesi, caschi in testa o palle da tennis in bocca per riempire le guance. E gli effetti speciali della Industrial Light & Magic (l’azienda fondata da George Lucas ai tempi di ”Guerre Stellari” ndr) erano l’unico modo per farlo» ha detto il regista.

Ne valeva la pena? Il risultato vale la spesa? La scommessa non è vinta del tutto. A volte si ha l’impressione di una plastica facciale digitale, e pensi che un buon vecchio trucco avrebbe potuto sortire il risultato desiderato con molto meno spesa. Non vedi mai un De Niro scattante di nervosa sensualità come in “Taxi Driver”, e in qualche modo, anche nella “nuova versione” ringiovanita in digitale, resta il fatto che stai guardando un attore settantenne.

È più un inizio, e un indizio di dove questa nuova tecnologia può arrivare, che un risultato compiuto.

Ma è un film da cinema o da Netflix?

Premesso che solo Netflix ha avuto la forza di mettere in campo 160 milioni di dollari (la Paramount aveva mollato il colpo, spaventata dai costi), garantendo tra l’altro al regista la piena autonomia creativa, il risultato è cinema o miniserie tv?

In alcune scelte Scorsese sembrerebbe condizionato dal fatto che “The Irishman” è destinato al piccolo schermo: i primi piani abbondano, la camera è meno frenetica di quanto Scorsese ami di solito. Ma potrebbero essere scelte dettate da altri motivi: «Quando raggiungi la mia età» ha detto l’autore «diventi un po’ più lento, un po’ più contemplativo e meditativo».

Lasciamo quindi la parola al regista.

«The Irishman è stato prodotto da Netflix e questo in qualche modo ne ha allungato la durata. In altre parole, non ero sicuro se dovesse essere un film di due ore e dieci minuti o se poteva addirittura arrivare a quattro ore. Non ero nemmeno sicuro del luogo ideale di visione. E quindi, in un certo senso, l’ho reso puro nella mia testa. Mi sono detto: e se fosse solo un film?».

Perché, alla fine, che importa Netflix o non Netflix? “The Irishman” è l’ultimo (per ora) grande film di un grande regista: guardatelo dove volete, ma non perdetelo.

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Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet