Tu mi dai un figlio, io ti do la terra. Governo caro, non funziona così

L’idea di assegnare una terra alle famiglie che mettono al mondo un terzo figlio sembra divertente, ma non lo è.

“Che ne sai tu di un campo di grano / poesia di un amore profano”. Sembra uscito dalla canzone di Lucio Battisti l’art. 49 della Legge di bilancio che prevede di assegnare in concessione per un periodo minimo di 20 anni un appezzamento di terra incolta a ogni famiglia che metterà al mondo il terzo figlio nel triennio 2019-2021.

L’ilarità che ne è scaturita è molta, qualcuno ha ventilato l’ipotesi che al quarto figlio ci si possa aggiudicare il Molise, altri hanno urlato al Medioevo, ignari che il Medioevo tutto è stato meno che il periodo buio che volgarmente si dipinge. Molti, e per fortuna non soltanto le donne, hanno denunciato il peso della proposta, sproporzionatamente a carico della donna.

L’assurdità dell’iniziativa del Governo non sta in un plausibile ritorno alla terra al fine di procacciarsi da vivere. L’idea di vivere faticando in sé non ha nulla né di nobile né di ridicolo. La fatica è una condizione necessaria al vivere. In Occidente mangiamo cibi prodotti tendenzialmente in altri Paesi, per mezzo della fatica di persone tendenzialmente più colorate di noi. Prodotti che paghiamo con i soldi ottenuti in cambio di lavori tendenzialmente meno faticosi su un piano strettamente fisico. Anche se, con buona pace del bon sauvage che alberga silente in ogni occidentale che si rispetti e che vorrebbe ancora gli agricoltori su aratri trascinati da buoi, l’agricoltura, come ogni altro settore, non è esente dal processo di automatizzazione.

A rendere assurda l’iniziativa goliardicamente soprannominata ‘podere al popolo’ sono piuttosto gli scopi che si prefigge. In primo luogo, “favorire la crescita demografica”, in secondo luogo, arrestare lo spopolamento delle aree rurali e così rilanciare il settore agricolo.

Chi scrive non ha ricette per sopperire al fenomeno della denatalità in Italia, ma forse si potrebbe favorire la crescita demografica con azioni diverse: garanzie che tutelino la donna contro le discriminazioni lavorative a cui va incontro in gravidanza; l’introduzione del congedo parentale anche per gli uomini; l’aumento delle borse di studio; la gratuità degli asili nido, per altro grande promessa della Lega durante la campagna elettorale.

Chi scrive non è nemmeno un agronomo, ma forse più produttivo sarebbe stimolare nuovi consorzi in grado di assumere nuove maestranze. Anche perché le campagne che l’iniziativa si prefigge di ripopolare non sono esattamente da ripopolare. La dimensione media dell’azienda agricola italiana non raggiunge gli 8 ettari, contro i 53 dell’azienda in Francia o i 152 in Repubblica Ceca. L’eccessiva frammentazione – questa sì, erede del sistema latifondista dell’Italia medievale – è forse uno dei motivi che più indebolisce la filiera agroalimentare italiana e rende l’Italia poco competitiva sul mercato globale.

I terreni che renderanno di nuovo glorioso l’italico granaio sono in Libia e in Eritrea? Vien da chiederselo, visto che difficilmente le fortunate famiglie (che il Ministro Fontana vorrebbe rigorosamente sposate, pena l’esclusione del diritto alla terra) si vedranno assegnare i campi flegrei o le colline del Monferrato. Le terre buone il demanio le ha vendute da un pezzo. È evidente che la maggior parte dei campi incolti è rimasta incolta per motivi orografici, o per mancanza di capitali e di strumenti, più che per mancanza di volontà. Coltivare la terra costa più soldi che fatica, e non tutti i terreni possono essere destinati all’attività agricola. La conformazione geografica e le montagne che ogni anno attraggono milioni di turisti in Italia sono le stesse che non permettono una coltivabilità indiscriminata. L’Italia è bella anche per questo.

E che dire, poi, dell’eventualità che gli assegnatari della terra si limitino a richiedere sussidi agricoli per l’agricoltura biologica – un terreno incolto è per definizione un terreno biologico – e ci vivano di rendita senza produrre?

Il Governo si rassegni, il desiderio di mettere al mondo un figlio è affare privato, insondabile quanto una terra non fertile.

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Stela Xhunga

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