Libertà di stampa nel mondo

Uccisi, picchiati, censurati: fare giornalismo ambientale sta diventando sempre più pericoloso

L’omicidio è la forma massima di censura

Il 13 novembre 2008, il giornalista russo Mikhail Beketov, caporedattore del giornale locale Khimkinskaya Pravda, viene fermato da due uomini sull’uscio di casa. Con una sbarra di ferro gli fracassano le mani e le gambe e gli fratturano il cranio. In seguito all’attacco Beketov rimane paralizzato, senza 4 dita, la gamba destra amputata, con danni al cervello che gli impediscono di parlare. Morirà nel 2013 per un attacco cardiaco.

L’8 novembre del 2010, Oleg Kashin, giornalista del Kommersant, viene aggredito da due uomini, armati di una mazza metallica. Gli rompono le gambe, le braccia e la mandibola, infieriscono sulla sua mano destra con la quale il giornalista scriveva. Dopo una settimana in coma, Kashin riesce a riprendersi dalle violenze subite e ora scrive per testate russe e straniere, tra cui il Guardian, e si batte per la libertà della stampa russa.

Pochi giorni prima dell’attacco a Kashin, era toccato ad Anatoly Adamchuk, reporter del giornale locale Zhukovskie Vesti, essere fermato e picchiato anche lui da due uomini. Adamchuk viene addirittura accusato di aver pagato mille rubli i suoi assalitori e di organizzato il proprio pestaggio. Gli attacchi a Beketov, Kashin e Adamchuck sono legati tutti dallo stesso filo rosso.

I tre giornalisti si stavano occupando degli impatti ambientali derivanti dalla costruzione di un’autostrada da Mosca a San Pietroburgo che avrebbe permesso di velocizzare il trasporto di merci da una capitale all’altra. 

Fonte: valigiablu.it

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