Un Congresso contro le donne

Cosa è e cosa vuole il Congresso delle Famiglie in corso a Verona?

Ci sono molte cose da dire per spiegare il Congresso Mondiale delle Famiglie, al via oggi a Verona, Italia. Qui trovate anche un sunto della storia delle organizzazioni, dei partiti politici e degli Stati che storicamente appoggiano questo movimento internazionale. Due aspetti tuttavia di questo congresso rappresentano il cuore del discorso, e caso vuole che siano anche gli aspetti che conosco meglio: il femminismo e la comunicazione.

Il Congresso è il tentativo di abbassare o magari annullare i diritti e le libertà delle donne, che da sempre fanno sentire minacciata una certa tipologia d’uomo. Purtroppo in genere una tipologia d’uomo potente, politicamente ed economicamente. I loro tentativi trovano conferma e sostegno nelle persone perché viviamo in società patriarcali, quelle in cui siamo cresciuti con un’idea netta sulla divisione dei ruoli, senza tener conto delle infinite sfumature che invece caratterizzano l’essere umano. Lo vediamo ovunque: nelle pubblicità, nelle sit-com, nei programmi tv, nei giochi per bambini, e di conseguenza nel numero di iscritti femmina alla Facoltà di Fisica o Matematica; o di iscritti maschi alle facoltà di Lettere o Pedagogia; ma anche nel numero di parlamentari donna o in quello di sindaca, amministratrice delegata e via dicendo. È poi il motivo per cui il significato delle parole cambia livello di prestigio a seconda che siano declinate al maschile o al femminile: maestra o maestro, ad esempio. Come sappiamo, poi, le poche donne che hanno ruoli di potere oggi in Italia guadagnano il 30% in meno dei pari-ruolo maschi. Su questo terreno sorge la lotta al femminismo: un terreno che considera le donne per forza materne e comprensive e gli uomini padri lucidi e autoritari.

Il WCF infatti riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI per sua stessa definizione: è chiaro quindi che è prima di tutto un movimento contro le donne e contro gli uomini che non assecondino le credenziali richieste da una società patriarcale (e siano dunque troppo femminili). Ne troviamo conferma nella stizza diffusa, nel sentire comune, verso la parola “femminista”, che invece è una parola che dovrebbe suonarci dolce come l’odore di primavera. Attacco, senza aggiunta di ulteriori commenti, il perché, scritto nel blog spagnolo http://mulheresrebeldes.blogspot.com/2011/04/agradecelo-una-feminista.html, divenuto virale e tradotto per noi da Anita Silviano:

  • Se sei donna e puoi votare, ringrazia una femminista.
  • Se ricevi un salario uguale a quello di un uomo che fa lo stesso tuo lavoro, ringrazia una femminista.
  • Se sei potuta andare all’Università invece di lasciare gli studi dopo la maturità, perché i tuoi fratelli potessero studiare mentre “tu devi solo pensare a sposarti”, ringrazia una femminista.
  • Se puoi fare qualsiasi lavoro, non solamente un “lavoro per donne”, ringrazia una femminista.
  • Se puoi ricevere e dare informazioni sul controllo della fertilità senza andare in galera per questo, ringrazia una femminista.
  • Se sei una donna medico, avvocata, giudice, ministra, legislatora, ringrazia una femminista.
  • Se puoi giocare professionalmente in uno sport, ringrazia una femminista.
  • Se puoi indossare i pantaloni senza essere scomunicata dalla tua chiesa o messa al bando dalla società, ringrazia una femminista.
  • Se al tuo datore di lavoro è proibito molestarti affinché tu vada a letto con lui, ringrazia una femminista.
  • Se sei violentata, però il giudizio non riguarda la lunghezza del tuo vestito o il tuo fidanzato precedente, ringrazia una femminista.
  • Se inizi un’attività commerciale e puoi ottenere prestiti spendendo il tuo nome, ringrazia una femminista.
  • Se stai sotto processo e ti è permesso di testimoniare in tua difesa, ringrazia una femminista.
  • Se possiedi una proprietà che è solamente tua, ringrazia una femminista.
  • Se hai diritto al tuo salario anche se sei sposata o convivi con un uomo, ringrazia una femminista.
  • Se ottieni la custodia dei/delle tuoi /tue figli e figlie dopo un divorzio o una separazione, ringrazia una femminista.
  • Se voti per chi credi migliore, senza che nessuno ti dica per chi, ringrazia una femminista.
  • Se hai voce su come educare e curare i/le figli e figlie piuttosto che subire il controllo completo di tuo marito o di suo padre, ringrazia una femminista.
  • Se tuo marito ti picchia e ciò è reato e viene arrestato, invece di subire una predica su come deve essere una buona sposa, ringrazia una femminista.
  • Se ottieni un master dopo l’università, ringrazia una femminista.
  • Se puoi allattare il tuo bebé discretamente in un luogo pubblico e non essere arrestata, ringrazia una femminista.
  • Se ti sposi e i tuoi diritti umani non scompaiono dentro i diritti di tuo marito, ringrazia una femminista.
  • Se hai il diritto di rifiutare di avere rapporti sessuali con tuo marito, ringrazia una femminista.
  • Se hai il diritto a che le tue registrazioni mediche confidenziali non siano divulgate agli uomini della tua famiglia, ringrazia una femminista.
  • Se hai il diritto di leggere i libri che desideri, ringrazia una femminista.
  • Se puoi testimoniare in tribunale sui crimini o danneggiamenti commessi da tuo marito, ringrazia una femminista.
  • Se decidi di essere madre o no, senza dover seguire i dettami di un marito o di uno stupratore, ringrazia una femminista.
  • Se puoi sperare di vivere fino ad ottanta anni (o più) invece di morire a 20 0 30 a causa delle innumerevoli gravidanze, ringrazia una femminista.
  • Se puoi vederti come un essere umano completo e non come una eterna minore che ha bisogno di essere controllata da un uomo, ringrazia una femminista.

Sul diritto all’aborto, non credo siano necessarie troppe parole, visto che anche Matteo Salvini stamattina ha accantonato questo aspetto super-estremo – diciamo così – del Congresso, lasciandolo in bocca ad altri e commentando lapidario: «Aborto e divorzio non si toccano». Perché è poi vero che si è tradizionalisti – specialmente nella destra italiana – solo fino al punto in cui fa loro comodo (Salvini ha divorziato dalla prima moglie, ad esempio, e ha avuto una figlia nel corso di una successiva convivenza). Diverso il parere di Massimo Gandolfini, leader del Family day, che sempre stamani all’apertura dei lavori ha detto: «L’aborto è un omicidio, la legge 194 non aiuta”». Legge fortemente sotto attacco anche dal Ddl Pillon, sul quale servirebbe un discorso a parte.

Comunque, l’odio dei congressisti verso le donne va molto oltre l’infangare la parola femminista. Un esempio su tutti lo spiega bene questo post de Le Amazzoni Furiose, già virale in questi tristi giorni.

«Anche noi donne colpite dal cancro al seno siamo nel mirino del Congresso Mondiale delle Famiglie. Nel corso di ogni edizione la nostra malattia viene indicata come il risultato del non avere figli da giovani, del non averli allattati o di aver abortito volontariamente. Babette Francis, fondatrice dell’organizzazione Endeavour Forum, sarà presente a Verona a ripetere quanto già detto nel 2016 a Tblisi dove, rivolgendosi alle donne che “si vantano di preferire la carriera alla famiglia” le ha invitate ad essere “consapevoli che se non avete figli avete un rischio parecchio più alto di ammalarvi di cancro al seno”. Un discorso conclusosi con la sua personale “risposta” al problema del cancro al seno: “fate tanti bambini, a 20 anni invece che a 30, e allattateli il più a lungo possibile”». Firmato Tovarisch Graziuschka.

Non credo sia necessario spiegare che una donna che fa figli a 20 anni e li allatta il più a lungo possibile non potrebbe mai diventare, ad esempio, una Giorgia Meloni, che sta partecipando al congresso, e anzi non potrebbe se non con estrema difficoltà proprio lavorare o anche solo terminare gli studi. È quindi implicito che l’obiettivo del Congresso è ridurre la donna a un essere limitato, chiuso e pre-cluso, sottomesso. Ma: per il nostro bene, su base strettamente inventata (ovvero a-scientifica).

Qui parte e si sviluppa il discorso comunicazione. Prendiamo Elena Donazzan, assessora all’Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto. Alla conferenza stampa di presentazione del WCF, ha detto: «Guardate le donne… eccole le donne. Noi siamo a favore di tutte le donne». «Mi dispiace per chi tenta di trasformare questo nostro incontro (…) in un incontro “contro” quando si tratta di un incontro “per” i genitori e i loro figli», ha aggiunto Toni Brandi, presidente di ProVita (che appunto non si chiama ControL’aborto, come dovrebbe). «Si parlerà di diritti, salute e dignità di tutte le donne, che lavorino o che abbiano deciso di essere madri, e dei diritti e della salute dei bambini». «Senza la famiglia, la società intera viene a perdere le sue fondamenta, per questo è necessario incentivarla sia dal punto di vista culturale e educativo, sia attraverso aiuti economici e agevolazioni fiscali».

Capito? Loro parlano dei diritti di tutti, anche delle donne che lavorano, e che – ci informano – sono un’altra categoria rispetto alle madri, e, poverine, con maggiori probabilità moriranno di una brutta malattia perché hanno figliato tardi e allattato poco. Oltre al fatto che se tutte facessero come loro, la società “perderebbe le sue fondamenta”: morirebbe implodendo su stessa! Insomma, dietro una comunicazione aperta e inclusiva, si cela la mannaia. E un’altra minaccia:

«Vigileremo sui contenuti delle campagne elettorali dalle elezioni europee e non transigeremo sui valori che porteranno avanti», ha aggiunto Coghe, vicepresidente del XIII Congresso.

Il linguaggio del Congresso è, in una parola, un linguaggio melenso, destinato a persone culturalmente non raffinate, fatto di slogan teoricamente aperti e nei fatti sessisti, e tutto il racconto è insomma impostato in termini positivi: nessuno è contro nessuno, noi vi amiamo, siamo belli e colorati e lavoriamo per il vostro benessere. Voi da parte vostra non dovete però scegliere il male, ecco.

La strategia comunicativa è chiara: rovesciare le parole tipiche dei diritti umani dando loro un significato opposto e così modificando il vocabolario tipico di chi veramente lotta per i diritti, intorbidendo le acque, facendo confusione. Al Congresso partecipano persone che non fanno altro che dissimulare i loro veri obiettivi, costruiscono false teorie scientifiche, genuine fake-news, per attaccare i diritti esistenti, passando invece con un’immagine angelica di redentori, perseguitati e discriminati.

Questo è stato ad esempio il senso dell’intervento di questa mattina di un giornalista famoso come Giuseppe Cruciani, povero lui, che ha sottolineato proprio questo aspetto: «Io non sono uno di voi perché quello in cui credete non lo condivido, ma oggi mi sento uno di voi perché qualcuno vorrebbe fermare questo Congresso, impedirvi di parlare», ha detto. Insomma, si tenta di far passare dalla parte della ragione questi poveri perseguitati che nella realtà invece minano la nostra democrazia e i diritti civili delle persone, il progresso, la libertà e il rispetto reciproco tra individui. Tra l’altro, le critiche più diffuse a questo evento non attaccano tanto il Congresso delle Famiglie, quanto la significativa partecipazione di tre ministri del governo italiano (il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti). E, appunto, di Giorgia Meloni, ma anche del senatore della Lega Simone Pillon, del presidente della Regione Veneto Luca Zaia e del sindaco di Verona Federico Sboarina. Persone elette per rappresentare tutti, per sostenere e difendere le fondamenta della democrazia, e che invece qui portano avanti l’esatto contrario.

In copertina: Fight between Carnival and Lent – 1559 – Pieter Bruegel

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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Michela Dell'Amico

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