Rapallo Porto Distrutto Da Mareggiata 25

Un Paese impreparato al maltempo può dirsi civile?

Le immagini di pezzi di yacht e barche fracassate sulle rive di Rapallo del 30 ottobre hanno un che di apocalittico. Apocalittica è però anche l’inadeguatezza dell’Italia di fronte al maltempo.

Venti forti, nubifragi, piogge torrenziali e trombe d’aria hanno messo in ginocchio l’Italia e fatto salire a undici il numero delle vittime, nonostante l’impegno massivo dei vigili del fuoco – quasi 8mila interventi nell’arco di 48 ore in tutte le regioni. Fra le vittime del maltempo, un vigile del fuoco volontario. Decine i feriti. Per evitare ulteriori tragedie il Viminale ha inviato una circolare a tutti i prefetti invitando a prendere in esame la possibilità di chiudere non soltanto le scuole, ma anche gli uffici pubblici.

“La strada provinciale 227 per Portofino non esiste più, il borgo è isolato” ha dichiarato Matteo Viacava, sindaco di Portofino. Alle 5 di mattina di ieri è collassata una carreggiata della strada Aurelia a Finale Ligure, all’altezza della zona Malpasso. La forte pioggia ha provocato una voragine di 6 metri in cui è finita un’automobile, al volante una donna rimasta ferita. Un’altra donna, in Val di Sole, in provincia di Trento, è morta a causa dell’esondazione del torrente Meladrio. Sempre al nord, in Val Venosta, a Silandro, una bambina è rimasta ferita da un sasso, cadutole addosso mentre viaggiava in auto. Monterosso evacuata, il porto di Rapallo devastato, case scoperchiate in Valsugana, alberi che cadono a Roma. La situazione peggiore è in Calabria, dove i morti per il maltempo sono  quattro. Massimo Marrelli, manager in ambito sanitario privato della Regione, è stato sepolto vivo insieme ai suoi tre operai durante un lavoro a una condotta fognaria a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

Il 9 ottobre di 55 anni fa avveniva il disastro del Vajont. 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono in blocco dal Monte Toc, dietro la diga del Vajont, crollando nell’omonimo lago. Quattro minuti di apocalisse che provocarono la morte di 1917 persone. Dopo lunghi dibattiti, processi e inchieste, la responsabilità cadde sui progettisti e dirigenti della SADE (ente gestore dell’opera della diga del Vajont fino alla nazionalizzazione) che nascosero l’incoerenza e la fragilità morfologiche dei versanti del bacino, scopertosi in seguito non idoneo per un serbatoio idroelettrico di quella portata.

“L’Italia non dimentica le vite spezzate, l’immane dolore dei parenti dei sopravvissuti, la sconvolgente devastazione del territorio, i tormenti delle comunità colpite. Neppure può dimenticare che così tante morti e distruzioni potevano e dovevano essere evitate”. Questo il commento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione dalla tragedia del Vajont. Una tragedia annunciata, resa ancora più infame dall’indifferenza nei confronti dei geologi che avevano preannunciato l’eventuale catastrofe. Le cose da allora non sono cambiate. I geologi di oggi rimangono inascoltati, come accadeva a quelli di ieri. Identica l’arroganza dei politici che non si curano del territorio, invariata la supponenza di progetti ritenuti inarrivabili anche se basati inevitabilmente, necessariamente, su approssimazioni, e perciò non monitorati e manutenuti con la dovuta attenzione.

La memoria collettiva segue percorsi ricorsivi. Con il tempo, i ricordi tragici si attenuano, immagini inquietanti come quelle degli yacht in frantumi tendono a confondersi tra le macerie passate. Alcune, come quelle del Vajont, vengono iconizzate, smorzando parte del loro potere perturbante. È fisiologico. C’è un tratto trasversale e comune a questi atteggiamenti, proprio della cultura dell’ottimismo, che è tipicamente italiano, certo, ma fisiologico a ogni nazione inevitabilmente tenuta a misurarsi con l’imponderabile, l’emergenza, la casualità. Lo si potrebbe definire “istinto di sopravvivenza nazionale”, che in parte trae forza dal dubbio più o meno verbalizzato di chi rimane, ricorda, e sa che il motivo per il quale l’ennesima tragedia lo ha risparmiato non è dato a sapere.

Ciò però non può e non deve esimere dal porsi una questione: un Paese impreparato al maltempo, può dirsi civile?

 

Foto: LiguriaNautica

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Stela Xhunga

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