Una domenica atomica: vi mostriamo l’interno delle ex centrali nucleari italiane

Le immagini del decommissioning, tra rifiuti radioattivi e pezzi da museo

In Italia la Società pubblica responsabile del decommissioning (vale a dire lo smantellamento di una centrale nucleare) e della gestione dei rifiuti radioattivi è Sogin, incaricata di gestire tutte le operazioni che consentiranno di chiudere il ciclo nucleare italiano, garantendo come obiettivo primario la sicurezza della popolazione e dell’ambiente. Da qualche anno Sogin apre le porte delle ex centrali nucleari presenti sul nostro territorio, ormai non più attive ma simbolo del nostro passato. Abbiamo voluto dare un’occhiata da vicino anche noi e abbiamo partecipato all’Open Gate di aprile.

Impianti costruiti senza pensare di doverli un giorno smantellare

Davide Galli, il responsabile del sito di Trino (Vc) ci ha accompagnati nel nostro tour. Lavora in questa centrale da quando aveva 19 anni, ha trascorso al suo interno qualcosa come 35 anni. Ha visto la centrale quando era operativa, è stato testimone dello spegnimento a seguito dei referendum sul nucleare e oggi si occupa in prima persona di quest’ultima tappa del ciclo di vita: oggi a Trino si lavora per smaltire i rifiuti restanti, compresi quelli più complicati, quelli radioattivi. Occorrono anni perché un decommissioning sia completato.

Le centrali dismesse sono luoghi simbolo della storia industriale italiana, il pubblico si dimostra curioso quanto noi di sapere cosa contengono: i numeri relativi all’Open Gate del 14 e 15 aprile parlano di oltre 5 mila adesioni, di cui 3 mila persone iscritte e 2mila in lista d’attesa, che saranno ricontattate in occasione di prossimi eventi analoghi. Forse è un timore mai sopito, forse è il mistero, forse è il ricordo di catastrofi anche recenti, forse abbiamo solo visto troppi film: in ogni caso, sapere cosa ci sia dentro una centrale nucleare interessa molto a tutti, compresi i più piccoli, a cui i genitori tentano di svelare anche con questi “sopralluoghi” il magico mondo della produzione dell’energia.

Colpisce vedere i fusti che contengono i rifiuti radioattivi, immagazzinati per essere spediti all’estero in attesa che l’Italia realizzi il Deposito Nazionale. «Questi impianti non sono stati costruiti con l’idea che un giorno qualcuno avrebbe dovuto smantellarli”», ci spiega Galli. E questa considerazione si ripresenta martellante mentre ci mostra le varie sezioni, compreso ciò che rimane del reattore, il cuore della centrale. Ci spostiamo lungo i corridoi, scendiamo scalette di ferro ripidissime, cerchiamo di non inciampare su tubi e sporgenze, intanto Galli ci spiega che in realtà in queste aree nessuno era presente quando la centrale era in funzione, tutto veniva monitorato dalla sala controllo. Per completare il decommissioning non basta smontare pezzetto per pezzetto l’impianto e trasportare altrove i rifiuti, separandoli e smaltendoli. Molte parti della struttura pesano centinaia di tonnellate, alcune componenti non si possono rimuovere e far passare da porte o altre aperture esistenti: vanno costruiti strutture ed elementi nuovi. Sembra incredibile, eppure la conferma che questi impianti non siano stati progettati per essere smontati diventa palpabile osservandoli dall’interno.

Al posto della centrale un prato verde

Davide Galli è affezionato all’impianto di Trino in maniera viscerale, ne parla quasi come fosse casa sua. Dando un’occhiata alla sala di controllo, alle vecchie apparecchiature, a tecnologie analogiche e a strumentazioni che ci sembrano appartenenti ad un’epoca lontanissima, capiamo in effetti che qualcosa del passato dell’Italia scomparirà per sempre non appena questi impianti saranno smantellati. Potremo tramandare racconti e informazioni, ma non mostrare e far toccare con mano come abbiamo fatto durante l’Open Gate.

Purtroppo arriva la doccia fredda: non è possibile trasformare queste centrali in musei, luoghi della memoria. Galli ci spiega il motivo e, ancora una volta, torna la medesima considerazione: sarebbe bellissimo, ma per trasportare i rifiuti e i materiali radioattivi di fatto la struttura viene “sventrata” pezzo dopo pezzo e occorrerebbe ricostruirla. Al posto della centrale, una volta terminato l’iter di decommissioning, vedremo soltanto un enorme prato verde dove potremo far giocare senza alcuna paura i bambini, antichi timori permettendo. Non resterà nulla.

È chiaro però che per lui ogni piccola parte che esce dall’impianto è quasi un pezzetto di cuore che si stacca. Spera che, un giorno, il museo della Scienza e della Tecnica di Milano possa ospitare una parte della strumentazione, o che almeno non vada tutto perduto. Comprendiamo ancora più a fondo lo stato d’animo e la malinconia del nostro cicerone quando ci porta a vedere la sala controllo. Quella dell’impianto di Trino che abbiamo davanti agli occhi possiede una strumentazione analoga a quella installata sul sottomarino nucleare Nautilus. A noi sembra oggi una perla rara con un valore storico incommensurabile. Contrari o favorevoli al nucleare, poco importa: dispiace che il suo destino sia quello di essere estrapolata dal proprio contesto per essere, nel migliore dei casi, esposta in un museo, presumibilmente neanche tutta intera. Galli ci mostra l’angolazione migliore per immortalare in uno scatto la sala controllo. Chiediamo se esiste davvero il pulsante rosso che, in caso d’emergenza, bloccava tutte le attività (abbiamo davvero visto troppi film!): ebbene sì, esiste.

Oggi, dietro il termine decommissioning, si nascondono azioni di varia natura e più fasi. Innanzitutto significa mantenere in sicurezza gli impianti. Occorre poi allontanare dal sito tutto il combustibile nucleare esaurito, decontaminare e smantellare le installazioni nucleari, gestire e porre in sicurezza i rifiuti radioattivi perché si possano un giorno trasferire al Deposito Nazionale. Significa occuparsi della fase di caratterizzazione radiologica finale. A ciclo completo, avremo appunto un prato verde al posto di ogni centrale nucleare, un’immagine poetica che indica l’assoluta mancanza di vincoli radiologici. A quel punto i siti si potranno riutilizzare. Inutile dire che occorrono tecnologie avanzate e un know how specializzato.

Manca un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

L’altra questione che torna sistematicamente a galla durante la visita all’impianto di Trino è quella del Deposito Nazionale, che a oggi non esiste. Conosciamo bene le polemiche: nessuno ha piacere di immaginare il deposito sul proprio territorio, sebbene si parli di sicurezza assoluta e di rifiuti che con il passare del tempo perdono progressivamente radioattività. E una delle operazioni più complesse di decommissioning  è proprio la rimozione dall’impianto del combustibile nucleare esaurito per procedere al suo riprocessamento, vale a dire la separazione delle materie riutilizzabili dai rifiuti finali. Questi ultimi poi vanno ridotti a una forma che permetta una riduzione di volume e la loro conservazione in totale sicurezza nel lungo periodo durante il loro decadimento radioattivo (fino a più elevata radioattività al 5% del volume originario del combustibile). Quasi tutto il combustibile esaurito prodotto durante l’esercizio delle centrali nucleari italiane è stato inviato all’estero per il suo riprocessamento. Nei siti come Trino i rifiuti sono trattati, condizionati e stoccati in depositi temporanei realizzati ad hoc, che verranno smantellati una volta terminato il decommissioning.

Sogin ha l’onere di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale, insieme al quale sarà realizzato il Parco Tecnologico, un centro di ricerca, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività nel campo del decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile, in accordo col territorio interessato. Ma, nonostante questi propositi, il deposito non esiste, sebbene pare che si sia usciti dallo stallo sulla questione della redazione della CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee.

La radioattività di quelli che ormai sono rifiuti scende con il passare del tempo, ma chi lavora qui in impianto come quello che abbiamo visitato è sottoposto a controlli medico-sanitari continui. C’è un valore limite alle radiazioni a cui il corpo umano può essere esposto. In questo impianto – ci spiega Galli – i risultati delle analisi mostrano che l’intero staff è stato esposto a un valore addirittura minore di quello consentito per un solo essere umano.

In ogni caso, prima di iniziare la visita ci hanno fornito una tuta bianca, guanti e calzascarpe. Ci hanno consegnato anche un dosimetro – un rilevatore di radiazioni ionizzanti – non tanto perché ci segnali in tempo che è meglio scappare, quanto per dimostrarci che il pericolo è effettivamente nullo. In effetti ci dimentichiamo in fretta di averlo, non ha mai dato segni di vita. Inconsciamente però nessuno si sente intimorito quando passiamo accanto a file e file di fusti la cui etichetta reca un simbolo inequivocabile. Alla fine della visita, un’apposita macchina misura i nostri valori di radioattività. Nulli. Passiamo tutti il test, i tornelli si aprono e ci riconsegnano al piazzale esterno.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.