Venezia abbandonata dai veneziani? Forse sta morendo…

Ma paradossalmente l’occupazione (illegale) delle case vuote ripopola la città.

In Italia ci sono oltre 7 milioni di immobili vuoti, inutilizzati. In un surreale paradosso, molte persone ogni giorno lottano per il diritto alla casa, mentre in altre zone del Paese si assiste ad un lento spopolamento. Accade al Sud ma accade anche in una città come Venezia, sfinita dall’overtourism, dal turismo selvaggio mordi e fuggi che ha spinto gli affitti alle stelle e costretto i veneziani a trasferirsi a malincuore nelle zone limitrofe.

Senza i veneziani, Venezia ha perso gran parte del suo sapore autentico e si è tramutata in un meraviglioso luna park gigante – Veniceland, la chiamano – in cui pezzi di storia vengono svenduti per diventare hotel e case vacanze e i residenti non trovano alloggi a prezzo dignitoso. Gli attivisti dell’ASC da anni tentano di fermare questo meccanismo e chiedono politiche abitative che favoriscano chi vuole prendere residenza in città: entrano negli immobili pubblici inutilizzati, si fanno carico dei lavori di restauro e adeguamento e – seppur in maniera non legale, dunque – operano una serie di azioni di riqualificazione urbana al solo scopo di tornare a vivere e lavorare nella città in cui sono nati e a cui è stata tolta l’anima. Il 10 ottobre l’ennesima protesta è sfociata nell’occupazione del Comune. In questa lunga intervista, Nicola Ussardi dell’ASC ci spiega meglio cosa sta succedendo a Venezia e quali sono le ragioni degli attivisti.

E’ evidente, a Venezia ci sono ormai più turisti che residenti. La città sembra il set di un film popolato da comparse e con enormi navi che solcano il Canal Grande sullo sfondo. Dove sono i veneziani? Ci spiega le ragioni questo lento ma continuo spopolamento?

Assistiamo a un lento ma inesorabile spopolamento/esodo dal centro storico verso la terraferma, che nell’unicità della nostra città è un compartimento stagno rispetto al centro storico, sia per tradizioni e morfologia del territorio, ma soprattutto per il fatto che la città lagunare è divisa da quella di terra da un ponte, il che rende quindi due elementi completamente a sé stanti il centro storico e la “periferia”, che appunto periferia non è.
Oltre all’arcinoto saldo negativo tra nascite e morti di sicuro la città sta diventando sempre meno appetibile per la popolazione giovane e desiderosa di metter su famiglia. Occorre precisare, per considerare le mutazioni del tessuto sociale veneziano, che Venezia è una città mediamente molto vecchia, con una fascia 50/60 anni molto importante.
L’aspetto base della vicenda sono i costi della casa: a Venezia, se una coppia in procinto di avere un figlio volesse comprarsi casa, non scenderebbe al di sotto dei 300.000 euro per un appartamento di 45/50 mq da ristrutturare; a Mestre o zone limitrofe un appartamento della stessa metratura completamente nuovo e conforme alle norme di legge comporterebbe una spesa al massimo di 120-150.000 euro. Ma occorre anche considerare tutto il “sottobosco” di limiti che “impediscono” a un residente di potersi comunque approcciare al mercato privato anche solo degli affitti.
Gli annunci immobiliari sono ormai quasi tutti transitori e per non residenti. A un proprietario conviene sempre di più, in linea con la deriva affaristica ed economica che ha il mercato immobiliare, affittare più spesso e per periodi più brevi, a locatari che “promettono” la più breve permanenza possibile, aumentando il plusvalore della casa, che quindi a seconda dei casi può valere 300, 500,1000 euro settimanali. Il residente è quindi un ostacolo, a prescindere dalle possibilità economiche: è molto più rischioso avere un residente (come dice la parola stessa, qualcuno che risiede e di conseguenza voglia stabilirsi in loco) abbiente, che un non residente di breve periodo e meno ricco ma che offra una rendita che può variare, uno che si può cambiare (o sloggiare) in qualsiasi momento si voglia.
E poi la mancanza di case pubbliche. Fasce sociali a rischio, l’impoverimento del cosiddetto “ceto medio” e la crisi globale portano giocoforza alcune (ormai ex) categorie protette a dover accedere al mercato della casa pubblica, a rivolgersi alle istituzioni per poter accedere a graduatorie per l’assegnazione di una casa comunale, o comunale ma di proprietà di enti autonomi. Il problema però è che le case pubbliche che rimangono sfitte restano non recuperate né recuperabili per anni, da un minimo di 3 – 4 anni fino ad arrivare a incredibili situazioni di case vuote sfitte da 30 anni! Chiaramente più passa il tempo, più aumentano le case vuote, meno soldi ha la pubblica amministrazione per recuperarle, creando di fatto il paradosso di un sacco di persone senza case ma anche un sacco di case senza persone. In più, le assegnazioni sono sempre fatte “fotografando” una realtà socio/familiare ormai vecchia di 50 anni (e in effetti le case pubbliche furono costruite per le situazioni fordiste) e i nuovi bandi “comprendono” fasce di reddito che non sono necessariamente a rischio, o che magari hanno redditi che consentirebbero loro di accedere al mercato privato. Insomma, non c’è spazio per i poveri ma nemmeno per i ricchi.

Quindi chi sono i veneziani di oggi? E dove vivono? Dove lavorano? Come vivono la mancanza di spazi per loro in una città che ogni anno accoglie migliaia di turisti?

Veneziano è chi vive, abita e ama la città.
Se ci fermiamo al pezzo di carta chiamato “residenza” è ovvio che siamo spacciati, resteremo sempre di meno, si contano attualmente 54.000 residenti.

Venezia è attraversata, oltre che da quasi 30.000.000 (!!!) di turisti l’anno, anche da moltissimi studenti, pendolari (ma non troppo), laureandi e dottorandi, praticanti di master, lavoratori precari che amano e risiedono in città vivendola tutti i giorni, facendoci la spesa, spendendo nelle attività commerciali di prima necessità e, soprattutto, lottando nei vari gruppi di attivismo cittadino per il “bene comune”. A tutti questi elementi, che vorrebbero la residenza ma molto spesso (per i motivi di cui vi parlavo) sono impossibilitati ad averla, dovrebbe esser dato lo status non ufficiale di “semi-residente”. In fin dei conti, queste persone sono cittadini a tutti gli effetti.
I cittadini sono distribuiti abbastanza equamente nella città storica, non ci sono vere e proprie zone di densità: di sicuro le zone più popolari sono ancora quelle in cui vive più della metà della popolazione (i sestieri di Cannaregio e Castello), mentre stiamo assistendo a un lento ma concreto aumento della popolazione dell’isola della Giudecca. Potremmo ridurlo a una semplicistica tesi: in Giudecca ci sono solo due alberghi, posizionati tra l’altro ai due estremi di un’isola che si sviluppa soprattutto in lunghezza, e vige la quasi mancanza di attività commerciali turistiche, se non quelle di una certa qualità e che richiamano i turisti non di passaggio ma che arrivano appositamente a visitare l’isola. In Giudecca quindi si assiste ad un’inversione del trend dello spopolamento che si ha in tutte le altre zone della città.
Per la quasi totalità dei lavoratori in centro storico (esclusi chiaramente i “mestieri” e i trasporti), le rendite e i redditi arrivano dal terziario, che nello specifico è il turismo. Purtroppo, anche molte attività di “servizio” (edicole, tabaccherie, supermercati, ecc.) hanno man mano “aperto” alle necessità del turista, con conseguenti mutazioni dell’esposizione della merce, variazione della tipologia di vendita, introduzione di “segnaletica” in più lingue e molti altri stratagemmi per incuriosire non solo il veneziano, ma anche il turista, soprattutto del tipo “mordi e fuggi”.
Chiaramente, la turistificazione di massa porta spesso a un intolleranza endemica del cittadino verso il turista, non riuscendo più nemmeno a discernerne quello di qualità, intelligente, amante della città da quello “tout-court” che passa con la testa tra le nuvole senza curarsi della morfologia, a volte caotica, che ha la città stessa. Ogni spazio è occupato da un turista: solo alcune zone sono risparmiate dalla “transumanza”, ma unicamente durante la sera, e in luoghi di aggregazione appositi, anche se spesso si “evade” in terraferma solo per evitare di incontrare turisti durante i momenti di svago lavorativo.

Da qualche anno il vostro gruppo ha deciso di passare all’azione, anzi, all’occupazione. Di fatto è però un’occupazione che punta non a togliere abitazioni a proprietari legittimi ma a ridarne una ai veneziani che non vogliono vedere soffocare Venezia. Con il tempo avete riqualificato il patrimonio edilizio e urbano. Ci dice di più?

L’A.S.C. nasce nel 1998 durante le iniziative e le manifestazioni nazionali delle “tute bianche”, o gli “invisibili”, dal momento che i manifestanti (oltre alla citata tuta bianca) indossavano una maschera completamente bianca, uguale per tutti, per mostrare appunto l’invisibilità e inaccessibilità delle nuove fasce precarie al mondo del lavoro e per reclamare l’accesso ai diritti e ai servizi, al complesso mondo dello studio, dei trasporti, della cultura e non per ultima della casa.
A Venezia si occupa la “prima” (rigorosamente tra virgolette: tra fine anni 80 e inizi anni 90 furono diverse le occupazioni di case abbandonate, da parte dei movimenti e dei comitati cittadini locali) casa proprio durante una manifestazione cittadina di tute bianche.
Inizialmente gli occupanti si compongono per la totalità di attivisti e studenti e la pratica si caratterizza in iniziative dirette e alla luce del sole, rivendicando quindi l’azione dell’occupazione di case sfitte e soprattutto non a norma, quindi inassegnabili.
Infatti, la base primaria su cui si poggia l’ASC è la pratica dell’autorecupero: spesso le case che occupiamo versano in condizioni catastrofiche, raccontano il degrado in cui le istituzioni le lasciano e “fotografano” una realtà anacronistica e fuori tempo, a partire dai servizi igienico/sanitari che, anche nei casi in cui siano in uno stato di “leggero” abbandono, sono comunque risalenti agli anni 40/50, quindi privi di doccia/vasca e di bidè.
All’interno di queste case viene appunto messo in atto un ripristino delle principali funzioni di muratura, intonaco e impiantistica. Chiaramente dove non arrivano le esperienze e le abilità si impiegano tecnici specializzati che certificano i lavori fatti a norma.
Un appartamento non può essere assegnato se non a norma, a meno che non venga messo in atto dal comune un bando di autorecupero, che però si rivela spesso essere una farsa clamorosa. Ecco dunque la prima cosa su cui siamo inattaccabili: non portiamo via case a chi ne avrebbe diritto.

Con il tempo, a inizi Duemila, si sperimenta la pratica del “biomattone” in terra cruda, cioè un’esperienza di supporto alle murature completamente naturale, composta da un miscuglio di terra, paglia e acqua. L’esperienza, recentemente, porta alla collaborazione attiva con artisti della Biennale che condividono tale pratica di architettura naturale e investono i loro saperi anche nel restauro di una casa occupata alla Giudecca.
L’ente che ha il maggior numero di case (e quindi anche di case vuote) è l’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), di conseguenza il primo obiettivo da sanzionare diventa ATER stesso.
L’acronimo ASC inizialmente sta per Agenzia Sociale per la Casa, in quanto tra i primi obiettivi di lotta ci furono le agenzie immobiliare e la speculazione che in quel periodo veniva fatta su città a grosso impatto turistico e universitario. Gli affitti, a ridosso del cambio lira/euro, venivano perlopiù gestiti da queste agenzie che nascevano a velocità elevata e ufficialmente spaccavano il mercato con richieste che non erano più alla portata di studenti e precari. La voce grossa delle agenzie immobiliari si univa alla mala gestione delle politiche abitative in città, così il tema casa cominciava a diventare un serio problema anche per diverse tipologie di persone. ASC quindi “assegna” le case a chi non può permettersi un canone libero.
E’ verso il 2011 che il ritorno dell’ASC, dopo alcuni anni di trattative con le istituzioni per “riscattare” alcune situazioni di occupazioni conclamate, assume i suoi connotati definitivi e passa ad “Assemblea Sociale per la Casa“. E’ in questi anni appunto che il ceto medio, diventato improvvisamente “impoverito” dalle politiche di austerità, che in questa città si traducevano in “crisi e scomparsa dell’artigianato e delle attività ad esso connesse”, comincia a non poter permettersi più un affitto regolare da privati. Precarietà di contratti lavorativi, a fronte magari di un reddito “normale” ma non più sostenibile per gli affitti triplicati, spinge molte persone a rimettersi in gioco e, complice il silenzio delle istituzioni, le fa avvicinare all’ASC e ne fa condividere gli obbiettivi, trasformando e aprendo la discussione sul tema casa in una grande assemblea itinerante per la città, che in momenti diversi interviene nei quartieri occupando spazi lasciati al degrado e relazionandosi col quartiere stesso.
Il decreto Lupi e precedentemente lo “sblocca sfratti” del governo Renzi negli ultimi anni hanno di certo acuito il problema e hanno tentato (senza risultato, peraltro) di disincentivare l’occupazione di casa, provando a vietare l’erogazione di utenze a chi non fosse in possesso di un qualsiasi titolo per star dentro a una casa. In particolare, lo sblocca sfratti ha generato una nuova ondata di potenziali homeless e ha di sicuro dato una mano ai proprietari per trasformare celermente i loro appartamenti in futuri b&b, contribuendo quindi al selvaggio “cambio di destinazione d’uso” applicabile anche su palazzi storici.

Le istituzioni cosa dicono? E i cittadini? Quali reazioni suscitate? La vostra è, di fatto, un’iniziativa illegale e non lo nascondete…

Le istituzioni locali da circa 20 anni sono sorde a questo tipo di nostra iniziativa.
Il colore politico delle varie giunte non ha mai prodotto un reale tentativo di conoscenza del problema, seppur ci sia stato una sorta di quieto vivere sulle prime occupazioni e un tentativo di “congelare” le situazioni abusive, senza però fare un reale passo in avanti per poter discutere su come provare a risolverle. Di certo noi siamo pronti a parlare con tutti, ma non faremo mai nessun passo indietro, né lasceremo mai le nostre case: questa è la condicio-sine-qua-non da cui si parte per poter intavolare qualsiasi tipo di discussione. Ultimamente, con l’insediamento del governo locale di centro-destra, si palesa una reale intenzione di repressione, con minacce di sgombero per tutte le situazioni senza titolo, e non sono mancati alcuni tentativi di accesso con forza pubblica, ai quali chiaramente l’ASC ha risposto coi propri corpi e le proprie facce respingendo le forze dell’ordine che avrebbero voluto rientrare in possesso dell’immobile. Di sicuro questo ci rende forti, coesi e strutturati in casi del genere; ed è anche questa la forza che ci ha fatto ben volere dalla cittadinanza.

Sebbene infatti l’occupazione di casa venga vista ancora come una pratica illegale (lo è) fine a se stessa, negli ultimi anni la cittadinanza ha cominciato a capire i nostri percorsi, soprattutto quando scendiamo in piazza per bloccare sgomberi da privati, ponendoci quindi come filtro tra le istituzioni e il cittadino che subisce lo sfratto, spesso per morosità incolpevole, ma sempre più per fini di lucro da parte del proprietario. Questa nostra recente pratica scoperchia i vari vasi di pandora che si celano dietro alla gestione del problema casa a Venezia: ci si accusa sempre di illegalità, di abusivismo ma non viene mai toccato il paradosso “persone senza casa – case (vuote) senza persone”, dimostrando quindi che l’unico interesse della giunta comunale è svuotare la città di residenti per riempirla di turisti.

Il recente decreto sicurezza del nuovo governo, inoltre, è un altro passo verso la sterilizzazione delle pratiche virtuose che, sì, partono dalle occupazioni di casa e di immobili, ma gridano verso l’alto una necessità di recuperare gli spazi abbandonati per destinarli alla collettività.
A chi poi ci accusava, nella più classica delle guerre tra poveri, di portare via case a chi ne avesse diritto, abbiamo sempre risposto con quello che facciamo da sempre: occupando case inassegnabili e vuote da anni. Ormai, l’occupazione di casa sta diventando una pratica trasversale e inarrestabile. Nella città, oltre a una settantina di case ASC, ce ne sono quasi altrettante di occupate “autonomamente”, segno che la precarietà non può essere risolta con gli inesistenti servizi delle istituzioni locali, ma prevede una azione diretta di riscatto e rivendicazione.

Occupare una casa – lo ribadiamo – è un’azione illegale: seppur depenalizzata nel corso degli anni, resta non lecita. Chi occupa una casa va comunque incontro all’esclusione dei bandi per un’eventuale assegnazione e sa che quotidianamente è sotto sgombero: è questa consapevolezza e questo mettersi in gioco rischiando lo sloggio che ci caratterizza in tutte le nostre attività e che ci fa andare avanti nella lotta senza paura.

Non ce ne andiamo da questa città!

Pubblicato da ASC Venezia Mestre Marghera su Mercoledì 10 ottobre 2018

Crede che ci sia una via di scampo per Venezia? Da un lato, sembra non si riescano ad arginare le conseguenze dell’overtourism, dall’altro è spuntato persino un divieto dell’utilizzo del monopattino – altra penalizzazione per i pochi residenti coraggiosi o fortunati – e si continuano a vendere immobili storici e di pregio ai grandi imprenditori che li vogliono trasformare in hotel di lusso… 

Le vie di scampo ci sono, o ci sarebbero. E’ opportuno però fare dei distinguo e non voler per forza fare la guerra ai mulini a vento, ma ragionare sul costrutto e sulle potenzialità che si hanno e non vengono utilizzate.
Venezia a metà anni Duemila si è caratterizzata come laboratorio sociale per esperienze sul welfare sociale. Di conseguenza, ogni tipo di attività legata alla progettualità dal basso prevede percorsi virtuosi che potrebbero essere all’avanguardia su scala nazionale. Al tavolo del Comune, ad esempio, da tempo abbiamo presentato un progetto di riscatto e autorecupero di un parco case tramite gestione collettiva e assegnazioni interne a turnover. Questo consentirebbe di garantire il diritto (anche solo transitorio) di vivere in una casa a Venezia a canone molto agevolato (in modo non ufficiale questo lo facciamo già: le case più vecchie hanno avuto diversi abitanti nel corso della loro “vita”) e contemporaneamente di restituire alla collettività un bene che, altrimenti, resterebbe a marcire nel degrado o acquistato da enti o piattaforme facoltose per essere usufruito come locazione turistica. Questa gestione permetterebbe inoltre – contrariamente alle vetuste assegnazioni “statiche” finché-morte-non-ci-separi che mette in pratica l’amministrazione pubblica – di rigenerare quartieri abbandonati e creare situazioni artistico culturali, ludiche e di commercio solidale. Il bisogno di eliminare la pressione turistica non può prescindere da una sana e corretta politica abitativa sul residente e sui servizi ad esso legati. Ma, mentre la prima prevede percorsi più elaborati che riguardino il tipo di turismo, la provenienza e il controllo della massa (spesso legata indissolubilmente alle grandi navi, che per la maggior parte portano molto poco in termini di ricchezza alla città ma molto in termini di danno all’ecosistema, di inquinamento e di scarsa consapevolezza da parte degli ospiti di questi condomini galleggianti), per la seconda manca la volontà politica di affrontare sperimentazioni che parlano una lingua molto più semplice, pop, logica e aperta a un pubblico di varie fasce. Portare nuovi residenti significherebbe riportare anche nuove attività commerciali ad uso non turistico, in modo tale da provare almeno a dare dignità al centro storico.

Al pari delle “gestioni collettive del parco case” dovrebbe valere lo stesso discorso per i ben più grandi palazzi abbandonati. Il sindaco di Napoli De Magistris già ha sperimentato questo tipo di assegnazione e restituzione al pubblico degli spazi vuoti per renderli rinnovati e pieni di contenuti, attività, iniziative dal basso e una new economy che porti una distribuzione del lavoro più solidale e sociale.
Il nuovo regolamento sul divieto di monopattino è senz’altro una dichiarazione di guerra del sindaco ai residenti: incarna in tutto e per tutto la volontà di repressione della vita cittadina contro la liberalizzazione della mercificazione della città storica, delegittimando di fatto chi (ancora) vive e resiste qui per dare spazio a un parco giochi tematico dove si attraversano gli spazi a mo’ di zombie.
“Veniceland” è purtroppo una realtà, ma la nostra indole sognatrice e guerriera ci impone di non alzare mai bandiera bianca.

C’è un altra Venezia, apparentemente nascosta ma viva e terribilmente agguerrita. E che ha un’idea di città completamente diversa da quella che vuole offrire al mondo intero un sindaco che, nemmeno a farlo apposta, non è residente nel comune, per cui non si è nemmeno auto-votato.
Partiamo anche da questo piccolo/grande paradosso per riprenderci tutti la nostra Venezia.


Foto di copertina: Armando Tondo
Altre immagini gentilmente fornite da Nicola Ussardi per ASC Venezia

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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