Verità dal carcere

Un’intervista a tutto tondo con il responsabile educativo di Bollate, considerato “il carcere migliore d’Italia”

Quando si entra o esce dal carcere di Bollate, la seconda casa di reclusione di Milano dopo San Vittore, si parcheggia la macchina proprio di fronte a dove era installato l’albero della vita durante l’Expo. Alto 37 metri, costruito in acciaio e legno, era il simbolo del Padiglione Italia.
“Se uno passa davanti a un ospedale pensa a un servizio pubblico che cura i malati; quando si passa davanti a un carcere non si pensa a un servizio pubblico, si pensa al male in sé”. A dirlo in un’intervista a tutto tondo è Roberto Bezzi, responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate nonché professore universitario.

L’intervista

Quando si pensa al carcere si è molto spesso forcaioli. Perché?

«Il carcere sollecita parti interne di tutti noi: quel muro di cinta separa il bene dal male; se io lo guardo dal di fuori, dalla parte “buona”, mi sento abilitato a dare giudizi sommari sulla parte “cattiva”. Eppure, lavorando in carcere, se penso a reati come il femminicidio, mi scorrono ricordi di persone ricche, persone povere, persone con pochi strumenti culturali, persone con il master, persone con un lavoretto in nero, persone con incarichi importanti.»

Anche i laureati uccidono.

«Più che “anche i laureati” è l’umanità in sé che può incorrere nel male. Già questo dovrebbe farci capire che il muro di cinta che divide la società, la parte cosiddetta buona, e il carcere, la parte cosiddetta cattiva, è più sottile di quanto si pensi.»

Bollate è ritenuto il miglior carcere d’Italia. Perché? E che cosa significa “migliore”?

«A Bollate, fin dalla sua apertura alla fine degli anni 2000, i detenuti sono liberi di muoversi. La legge penitenziaria, dal 1975, ha sempre parlato di “camere di pernottamento”. Nelle camere, nelle celle si dovrebbe andare solo per dormire. Non spetta a me dire se il nostro istituto penitenziario è il migliore d’Italia, noi ci siamo attenuti unicamente al regolamento penitenziario. Certamente Bollate si presta ad avere spazi più umani già dal punto di vista architettonico perché è stato costruito con le sezioni già aperte: oggi questo sistema è in uso anche altrove ma all’epoca erano pochi gli istituti penitenziari ad adottarlo, erano quasi tutti a sezioni chiuse.»

Quindi non siete voi l’eccezione positiva, sono le altre carceri a non attenersi alla legge?

«Come dicevo, nelle camere, nelle celle si dovrebbe solo dormire. Ma perché un carcere funzioni è necessario che intorno vi sia una rete territoriale attiva, senza quella non potremmo fare nulla di quel che facciamo, ovvero fare in modo che “dentro” ci sia un’offerta più simile possibile a quella che c’è “fuori”.»

Ci può spiegare in cosa consiste la “sorveglianza dinamica”?

«L’ordinamento penitenziario prevede che la persona esca dal carcere con competenze nuove. Perché ciò avvenga, il carcere deve organizzare la giornata di una persona nel modo più dinamico possibile. Una giornata piena, dove uno fa delle cose, e visto che per farle si deve muovere, il detenuto Rossi di mattina va a lavorare nella cooperativa, nel pomeriggio va a fare volontariato e di sera va al corso di teatro senza essere costantemente sorvegliato. La guardia penitenziaria è più simile a un poliziotto di quartiere che a un custode fermo che guarda te, signor Rossi, che te ne stai fermo. Questo regime richiede una responsabilizzazione più alta al detenuto. È vero che stare chiusi è destabilizzante dal punto di vista umano, ma espone a meno rischi. Stai fermo, chiuso, protetto.»

Lasciare i detenuti liberi di muoversi espone a rischi?

«Il senso è: “ti metto nella condizione di fare delle cose, ti muovi da solo, non vieni accompagnato, hai un tesserino che ti dice dove puoi andare durante la tua giornata.” La libertà di movimento non significa maggiore rischio. Il detenuto deve muoversi per reinserirsi nella società e il poliziotto deve muoversi per poter fare un controllo che sia a tutto tondo e che abbia al centro la persona.»

Si parla spesso della carenza di personale penitenziario. Stando però al rapporto di Antigone del 2019, in Europa ci sono 2,6 detenuti per agente, in Italia 1,6: o la tanto denunciata carenza degli agenti è da relativizzare oppure molte mansioni che altrove vengono svolte da personale civile vengono svolte dagli agenti.

«È la famosa fetta di torta. Io ne ho tre, lei ne ha una e il totale fa due a testa. Per una questione strutturale molti agenti hanno mansioni anche di carattere amministrativo quindi non possono essere annoverati tra quelli che fanno per così dire front office, sorveglianza. In ogni caso credo che ai numeri debbano essere uniti gli spazi, per cui, qualunque sia il rapporto agenti/detenuti, se accade in uno spazio particolarmente angusto con un turnover altissimo – come quello tipico delle case circondariali, dove i detenuti vanno e vengono senza che si abbiamo gli strumenti per conoscere l’individuo – è chiaro che viene vissuto con un peso diverso.»

Misure alternative per i detenuti: il tema divide.

«La legge, fin dai tempi della Costituzione, ha sempre parlato di “pene” e non di “pena”, vorrà dire qualche cosa. Se il termine è declinato al plurale significa che ci sono varie tipologie di pena. Il vero problema è che noi siamo ancora legati all’idea di “pena uguale carcere”. I dati della recidiva, al netto della loro lettura, sempre complicata, ci dicono invece che chi ha una misura alternativa o uno sconto della pena è portato tendenzialmente a non delinquere più, a differenza di chi sconta la pena in carcere.»

Per l’opinione pubblica un detenuto che può uscire fuori è un detenuto libero.

«Ma non è così. Con la misura alternativa la persona non è libera, è monitorata, supportata da servizi specifici, è più produttiva, lavora, risarcisce. Spesso nelle prescrizioni i magistrati inseriscono attività riparative: questo significa che chi sconta misure alternative dedica parte del proprio tempo gratuitamente agli altri. Considerando che ha ferito il tessuto sociale mi sembra un’azione di senso. La gente vuole una pena certa, mi piacerebbe spostare il focus sulla pena efficace

In che modo a Bollate vi occupate della parte offesa dal detenuto?

«Torniamo al discorso di prima, della responsabilizzazione. Se nella tua sentenza di condanna il giudice ha previsto che tu risarcisca la parte offesa, e tu, scontando il carcere, inizi a lavorare, a responsabilizzarti e a pagare il risarcimento, sei un uomo che si sta assumendo delle responsabilità civili oltre che penali. Significa che la pena che stai scontando è efficace. Lo Stato ti lascia fare quello che ritieni più opportuno, basta che il risultato sia una maggiore sicurezza ed efficienza sociale. È una questione di cultura, ma anche di conoscenza.»

È anche una questione economica, il carcere costa molto allo Stato.

«Il carcere costa moltissimo. Il fatto che a Bollate abbiamo molte aziende, sia all’interno che all’esterno della struttura carcere, che assumono detenuti, ci ha permesso nel 2017 di versare allo Stato 500mila euro. Lavorando, il detenuto versa una propria quota di mantenimento, sia pure simbolica, forfettaria. Stupisce che il fatto che il detenuto che esce per lavorare sia percepito come un privilegiato. Permettere di lavorare non è una concessione così strana, il detenuto è una persona adulta, gli adulti lavorano.»

Leggi anche:
Prescrizione sì/no: 7 domande che forse ti stai facendo
La vita sotto il turbante: dalle detenute alle pazienti, la solidarietà è di moda
Violenza sulle donne: il Codice Rosso è legge. Il revenge porn diventa reato

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

Potrebbe interessarti anche

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy