Vivi la tua estate, che poi magari muori

Per difendere la vita non serve una associazione austera ma la leggerezza di chi la rischia sorridendo.

L’estate ha bisogno del giusto rullo di tamburi che le faccia da prodromo e quest’anno mi auguro glielo fornisca la canzone di Romina Falconi commissionata dalla Taffo – la prima, cantante fuori contesto con la giusta dose di voglia di divertimento e il coraggio per reclamarla, ha raccontato in passato, con ironia e disincanto, la verità che nessuno vuole conoscere sul sesso; la seconda è una agenzia di pompe funebri atipica, celebre per il suo marketing originalissimo e la sua presenza costante sui social media.

La canzone della bella stagione si intitola “Magari muori”, cammina senza paura sul filo sottile della ambiguità, lo spazio artistico della nostra vita dove accadono le cose migliori, oscillando tra un austero memento mori e una più pragmatica speranza che l’ascoltatore se ne vada presto al creatore. In mezzo c’è tutto ciò che conta. C’è la musica con il ballo e il sudore che gli sono necessari. C’è l’audacia irrinunciabile (Dille che l’ami anche se è impegnata / cos’è mai una rissa di fronte alla vita) che va ricordata ad una nazione che si infatua degli smidollati scambiandoli per furbi, che nei licei insegna il multiforme ingegno di Ulisse, con i suoi trucchi e i suoi viaggi, ma sorvola sempre sullo scontro finale e cruento contro i Proci, senza il quale non esisterebbe alcuna Odissea.

È emblematico che a celebrare la vita, in un mondo imbottito di associazioni pro-life a difesa delle istituzioni, sia il connubio tra una cantante di porn groove e una società di becchini, due estremi entrambi invisi alla società. Il meglio di quanto ci accade nel tempo che ci è dato vivere si muove in questo intervallo che intercorre tra la scoperta e la sperimentazione senza remore del proprio corpo (che la canzone ci invita a restituire al cielo usurato, in segno di gradimento) e la presa di coscienza dell’invalicabilità della fine dell’esistenza. In questa terra di mezzo è richiesto padroneggiare l’ironia che serve a renderci sorridenti lungo il nostro cammino, a cantare intensamente per un tempo non più lungo di una stagione soleggiata, col ghigno che Camus immaginava sulla faccia del mitico e sorridente Sisifo mentre scalava la vetta del suo nuovo ed eterno supplizio.

Poi c’è l’odio che, difronte alla prospettiva comune di una cassa zincata che galleggia sotto il cielo agostano, assume un valore quasi lirico. Sui banchi di scuola ci hanno immersi troppo a lungo nei concilianti romanzi manzoniani e troppo brevemente nei meravigliosi versi di Archiloco, il poeta greco che cantò le notti di sesso cocente con la sua promessa Neobule e compose poi contro di lei straordinarie invettive, mentre le insidiava senza vergogna la sorella minore. Sulla bara fluttuante che ci attende tutti è concesso odiare i violenti, nel tempo che ci rimane prima di sostare sotto un cipresso.

Scrisse un giorno Christopher Hitchens nel suo Consigli a un giovane ribelle: «Guàrdati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Rifuggi dal “trascendente” e da tutti quelli che invitano a subordinarti o annientare te stesso. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Immàginati tutti gli esperti come se fossero mammiferi. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti dànno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere».

E goditi la vita. Che poi magari muori.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.