“Voglio giustizia per mio padre”: intervista al figlio del primo detenuto morto di Covid

Il racconto di Domenico Ribecco è pieno di lati oscuri su cui la magistratura dovrà indagare.

“Una mattina si è alzato con un occhio pieno di sangue, nessuno lo ha visitato”.

È da 15 giorni che sto male e nessuno mi vuole visitare”. Antonio Ribecco ha contratto il Coronavirus mentre era detenuto in custodia cautelare nel carcere di Voghera. È morto il 9 aprile. Il primo detenuto a morire di Coronavirus, stando ai dati ufficiali. “Una mattina mi sono alzato con un occhio pieno di sangue, nessuno mi ha visitato” denuncia Antonio Ribecco mentre è ancora in vita. Una storia con molti, troppi nodi, che la Procura dovrà sciogliere: dal mancato soccorso medico in carcere alla mancata comunicazione con i parenti. Antonio Ribecco si è ammalato ed è morto senza che la famiglia fosse avvisata. Abbiamo intervistato il figlio, Domenico Ribecco, che con voce calma racconta e vuole giustizia. Intanto, il 3 giugno si è aperta un’interrogazione parlamentare, voluta da Rita Bernardini, per far luce sulla vicenda.

Iniziamo dai primi sintomi.

“Parto dicendo che mio padre non aveva nessuna patologia, era sanissimo, correva più veloce di me, che ho 28 anni. Intorno ai primi di marzo ci ha comunicato di accusare malori e febbre, ma né lui né io e la mamma abbiamo pensato al Covid, sebbene l’epidemia fosse già scoppiata. Poi, nei giorni successivi, ci disse che nonostante la febbre il medico si era rifiutato di visitarlo, nonostante ripetute richieste. La guardia penitenziaria che ha assistito al rifiuto ha scritto una lettera di richiamo segnalando il medico”.

I vostri legali dispongono della lettera?

“Quella lettera è sparita, né il Garante dei detenuti è riuscito ad averla, il carcere non l’ha inclusa nella documentazione fornita”.

Come e quando venite a sapere che Antonio Ribecco è ricoverato in ospedale?

“Intorno alla metà di marzo mia madre legge la notizia di un detenuto di Voghera trasferito perché positivo al virus, mi chiama allarmata, nell’articolo si diceva che aveva contratto il virus durante un colloquio con i parenti il 27 febbraio, ma siccome il nostro colloquio era avvenuto in un’altra data, il 15 febbraio, ho escluso che fosse lui. Invece era mio padre. Lo veniamo a sapere l’indomani, grazie alla soffiata riportataci dai parenti di un altro detenuto di Voghera”.

Dal carcere non le hanno fatto sapere nulla di suo padre?

“Non solo non ci hanno avvisati, ma inizialmente hanno negato. Solo alla fine hanno ceduto e mi hanno che papà era stato trasferito al San Paolo di Milano. Non dandoci comunicazione di papà, hanno fatto un danno a noi, e non solo sul piano etico e morale. Dovevano avvisarci di papà, anche per mettere al sicuro noi, e le persone che frequentiamo. Potevamo essere stati contagiati e a nostra volta contagiare senza nemmeno saperlo”.

Qualcuno di voi familiari è risultato positivo al virus?

“Grazie a Dio no”.

Ma saputo del ricovero di suo padre, avete potuto mettervi in contatto con lui?

“No, l’ultima volta che ho parlato con mio padre è stata il 13 marzo in video chiamata”.

E con i medici che lo avevano in cura almeno ha parlato?

“Solo dopo che è entrato in terapia intensiva, il 21 marzo. Lo stesso giorno il Gip di Catanzaro si è riservato di concedere i domiciliari al momento della guarigione”.

Come avete fatto allora a sapere del suo ricovero in terapia intensiva?

“Tramite le reti di comunicazioni e di solidarietà che si instaurano tra familiari, detenuti, e qualche guardia. Non so nemmeno quali erano realmente le sue condizioni prima che arrivassero i giorni di intubazione”.

Alla fine si è saputo come ha contratto il virus Antonio Ribecco?

“Non so chi sia stato a contagiare mio padre, certo non noi, non abbiamo contratto il virus. Anzi, ma so per certo che il Cappellano è stato ricoverato e non ha frequentato il carcere dal 7 Marzo in poi. Nel mentre ho saputo che è stato ricoverato e dimesso il 23 marzo”.

Antonio Ribecco nel carcere di Voghera era in attesa di giudizio con un capo d’accusa gravissimo, estorsione con aggravante mafiosa.

“Mio padre era imbianchino. Non c’è mai stato un reato provato da un fatto concreto ma solo “la presunzione di”. L’accusa si basava su un’intercettazione, dove mio padre scherzava al telefono. Venne presa una battuta per vera. Noi viviamo in Umbria. Quando finì in custodia cautelare, gli fecero scegliere tra Terni e Spoleto, scelse Spoleto, perché i colloqui non ci pesassero. Io lavoro, mamma bada a mia sorella che è cieca, non è facile. Alla fine lo hanno mandato a Voghera, a più di 800 km da noi. Ciò nonostante eravamo tranquilli, sapevamo che, magari con fatica, la verità sarebbe emersa e la sua estraneità ai capi di accusa provati. Ma sa qual è la verità adesso? Che mio padre poteva anche venire giudicato con cento anni carcere, ma il diritto alla salute non doveva toglierlo nessuno. Invece lo hanno messo in isolamento, senza dargli né da mangiare né da bere. Tutte cose che stiamo ricostruendo attraverso le lettere, le testimonianze in cella, e il lavoro degli avvocati a cui ci siamo rivolti per restituirgli dignità almeno da morto. Mentre l’ambulanza lo portava in ospedale, ha chiesto due volte un bicchiere d’acqua. Gli è stato negato anche quello”.

Dal carcere di Voghera assicurano che sono intervenuti interventi prontamente, nel rispetto dei tempi e delle modalità giudiziarie e amministrative.

“Non potrebbero dire altrimenti. La realtà però è un’altra, e non mi darò pace finché non emergerà”.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

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Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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