Voi a scuola mangerete nel ripostiglio

La laicizzazione dell’ora di mensa si estende nelle scuole a macchia di leopardo

Dal crocifisso al panino. C’è una similitudine inquietante tra il lungo processo che trent’anni fa ha sancito il diritto a non essere discriminati per i bambini che non si avvalgono dell’insegnamento religioso e quello che oggi consente a tutti di scegliere di mangiare a scuola cibi (non solo panini) preparati altrove invece che quelli delle mense. Allora era in gioco l’imposizione della fede, adesso ci sono 1.860 milioni di euro, che ogni anno finiscono nelle casse comunali, e di lì in gran parte a poche grandi ditte appaltatrici private. Gli arbìtri improntati all’onnipotenza dei dirigenti scolastici, così come le vessazioni verso chi non sceglie il menù “regolare”, sono spesso sconcertanti: dall’invito a mangiare nei ripostigli, sulle scale o contro il muro al rifiuto di lasciar utilizzare le caraffe dell’acqua che usano i compagni. A una bambina genovese che chiedeva perché non potesse mangiare a mensa insieme agli altri anche il pasto preparato a casa, una maestra ha risposto: “Perché se ti vedono, poi lo vogliono portare tutti”. Possiamo ribellarci ai ricatti e ai soprusi con ragionevole fermezza, perfino per via legale. Possiamo chiedere di far mangiare ai bambini, allegramente e tutti insieme, quel che sceglie per loro chi gli vuole bene

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