Woodstock, il film che ha cambiato il mondo

Woodstock fu globale grazie al film documentario montato da Martin Scorsese

Tutti ricordano e celebrano il mezzo secolo del concerto che modificò il corso della musica e dei comportamenti giovanili provocando la nascita di una nazione generazionale che si richiamava a tre valori: pace, amore e libertà. Pochi e di nicchia hanno invece ricordato che la mitica tre giorni nella campagna di Bethel, vicino Woodstock, fu amplificata e vista grazie a un documentario di buon valore che ha permesso a milioni di giovani di poter dire “c’ero anch’io”.

Oltre ai dischi, alla copertura dei giornali e dei canali tv che diedero conto dell’enorme successo del concerto, fu il documentario “Woodstock” (in Italia fu aggiunto al titolo americano “tre giorni di pace, amore, musica”) ad aumentarne l’aura globale tra appassionati di musica, simpatizzanti dei figli dei fiori e pubblico mainstream.

I produttori non immaginavano che puntare sulla riprese di quei tre giorni significasse vincere un Oscar per il miglior documentario e ottenere due nomination per sonoro e montaggio, guadagnare dollari per i diritti (ne costò 600.000 e ne incassò 50 milioni di bigliettoni solo nelle sale) ma soprattutto diventare un caposaldo estetico nel documentari rock che presto sarebbero diventati un genere di grande successo.

Il regista Michael Wadleigh veniva dall’underground ed era adatto a coordinare quell’azzardo. Fece una scelta giusta dotandosi di una squadra di montatori che avrebbero visto il concerto dal retropalco segnando i brani da set da inserire nel lavoro finito. Tra i sei editor, c’è un giovanotto che ha appena realizzato la sua opera prima e ama molto la musica rock oltre al cinema italiano. Non veste hippy e le foto di Woodstock lo mostrano come uno fuori contesto. Si chiama Martin Scorsese e già sa bene il fatto suo.

Scorsese, accreditato in maniera apocrifa come aiuto regista nel film, lavora anche a stretto contatto con la montatrice Thelma Schoonmaker, futura editor dei suoi capolavori, orienta una scelta decisiva nel successo del film. Solo l’inizio del concerto e l’epico finale con Jimi Hendrix rispettano l’ordine cronologico del concerto. Il resto delle 3 ore di film, diventati 224 minuti nella nuova edizione ufficiale del 1994, sono assemblate con indovinato raziocinio tra immagini di concerto e adeguate riprese e interviste di un pubblico che fu protagonista della vicenda. Particolarmente riuscita la tecnica dello split-screen, ovvero dello schermo diviso che permetteva di mettere insieme nell’inquadratura i diversi momenti dell’oceanico concerto.

Presentato al Festival di Cannes il film ebbe grande successo commerciale ma non venne compreso dalla critica contenutistica dell’epoca mentre Morando Morandini ben identifica il suo valore scrivendo nel suo dizionario: “È una cronaca audiovisiva che sa rendere anche il senso fisico di quell’evento irripetibile”.

Utile rievocare anche i gruppi e i producer che non concessero l’autorizzazione ad apparire nel film e non sfruttarono una delle migliori occasioni di promozione del loro successo nel tempo. I Creedence Clearwater Revival non erano soddisfatti della loro performance e dissero no, anche Ravi Shankar stessa sorte e anche la mitica The Band non si vede nel film. A loro Martin Scorsese si dedicherà per lo straordinario “The last walz” che riprende il loro storico indimenticabile ultimo concerto.

È riconosciuto, invece, che artisti come Joe Cocker, Richie Havens e Santana abbiano avuto un successo mondiale per i brani che appaiono nel documentario. Questo aspetto del documentario è ben ricostruito in un articolo di Andrea Silenzi pubblicato in occasione del lancio del blu ray del 2016 che al film aggiunge tre ore di contenuti speciali.

Martin Scorsese, in occasione dell’anniversario, non ha fatto mancare i suoi ricordi scrivendo la prefazione del libro “Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo” e tradotto in Italia da Hoepli dove si legge: “Chi avrebbe mai potuto immaginare che quei tre giorni sarebbero diventati l’icona degli anni 60? Nessuno. Anche perché senza il film il concerto sarebbe rimasto poca cosa”.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.