Zona rossa solidale

Da uno sportello sindacale sui generis il racconto della realtà lavorativa di questi giorni

Da due settimane la routine della mia vita si è inceppata e non ho ancora trovato il modo, o le forze, per rimetterla in piedi: ogni mattina mi alzo e cerco di non pensarci, vado dritto come di consueto verso i miei pantaloni, e poi a fare colazione. Di solito ascoltavo il giornale radio mentre bevevo il caffè, da qualche giorno ho sospeso il rituale e attendo la sera per le informazioni. In quel tempo sospeso dall’ingresso della realtà dentro la mia cucina, provo a pensare che oggi è un giorno qualunque, in cui potrei andare a lavorare fuori casa ma perché non starsene comode a lavorare qui. Così raggiungo il tavolo più grande in soggiorno, dove il pc è rimasto aperto dalla sera prima, il mio e quello dei miei coinquilini e compagni. Sono già seduti alla scrivania, auricolari nelle orecchie e sguardi sui rispettivi schermi. 

Mi siedo. Sospiro.

E solo allora ammetto a me stessa che nessuna ordinaria giornata sta per iniziare, perché questa non è la mia scrivania di lavoro e non l’ho mai condivisa con queste persone, perché lì fuori c’è una pandemia e i dati aggiornati sono appena stati comunicati a quel giornale radio che non ho voluto ascoltare.

Dall’inizio del lockdown il soggiorno di casa nostra si è trasformato in uno sportello sindacale sui generis, che dal rifornimento alimentare, alla cura dei bambini, alla difesa dei diritti del lavoro, coordina e organizza risposte di solidarietà tra vicini di casa e forme di supporto collettivo alle medesime avversità introdotte dallo stato di emergenza. Dopo aver sperimentato un primo piano di lavoro in una rete di contatti diretti, è bastato far circolare qualche post sui social network e qualche locandina davanti al supermercato. Da qualche settimana è lo stesso centralino del Comune a girare le richieste di aiuto ai tanti gruppi autorganizzati sul territorio come il nostro.
Suona il telefono.

Da dieci giorni a questa parte il telefono suona di continuo.

È Edith, professione colf. Da quando è scattata l’emergenza Coronavirus non è più stata chiamata a lavorare. Il suo era l’unico stipendio di casa, il marito è disoccupato da tempo. Mi chiede se qualcuno degli ammortizzatori sociali stanziati dal governo riguarderà anche il suo settore o i disoccupati come suo marito. Una domanda simile ce l’ha posta qualche giorno fa anche Luca, nostro vicino di casa, licenziato durante il periodo di prova in un bar, prima che fosse stanziata la Cassa integrazione in deroga e il divieto di licenziamenti per 60 giorni. Maria invece lavorava quando capitava alla biglietteria di un teatro, in ritenuta d’acconto. Pietro, stagista in un rinomato ristorante di Milano. Chiara, cococo in un call center, non aveva l’adsl a casa e non potendo lavorare da remoto è rimasta a casa senza lavoro.
Sono una di voi, rispondo. Siamo rimasti a casa come gli altri, con la preoccupazione di quanto tempo ancora ci toccherà rimanere bloccati in questa situazione, il pensiero costante sulle cifre del contagio che continuano a salire, mentre nessuno pensa a noi. 

Ho un peso sul petto e il respiro corto. È solo ansia. Non è febbre, né tosse secca, né altro sintomo di allerta.

Ma vivere senza sapere come andare avanti l’indomani logora ogni giorno le forze che avevamo messo da parte, quelle per tenere la testa alta, verso un pallido orizzonte indefinito. Almeno ci potevamo illudere di aver davanti un orizzonte. Ci eravamo quasi abituati a vivere così.

Quando la vita passa davanti ai profitti

Gli effetti della disgregazione sociale non sono nuovi a nessuno, ma questa situazione ci ha messo davanti all’impossibilità di andare avanti dicendo che si poteva comunque sopportare, che c’era comunque chi stava peggio di noi. Lo stato di emergenza, insieme alle paure, ai cambiamenti drastici, al rapporto continuo e ravvicinato con lo Stato e le sue diramazioni, ha dato una forma emergenziale anche a molte situazioni di difficoltà che restano invisibili in condizioni ordinarie – di ordinario collasso del welfare, di isolamento normalizzato dei più fragili, di usuale distanza sociale gli uni dagli altri. La straordinarietà del momento che stiamo vivendo sembra aver dato nuova legittimità a chi aveva bisogno di chiedere aiuto, di dichiararsi, in prima persona, in stato di emergenza. Perché, a ben vedere, Rita era disabile anche prima della pandemia, e trascinarsi fino al supermercato sulle sue gambe è sempre stato doloroso.
Silvia ha una malattia auto-immune da anni, eppure solo adesso che la salute è priorità collettiva chiede aiuto nella cura della sua anziana zia. Caterina subisce violenza dal compagno da una vita e poter chiedere un aiuto nella cura dei figli è stato finalmente il modo di parlare a qualcuno di quello che succede tra le mura di casa. Alice è stata aggredita dal suo datore di lavoro mentre discutevano della sospensione dell’attività. Quello che prima accadeva dietro al bancone del bar ora succede a serrande abbassate.

Un’emergenza sanitaria su scala globale ha fatto saltare le premesse di un sistema basato sulla subordinazione delle vite agli imperativi della crescita economica e del profitto. Se le morti quotidiane sul lavoro, un femminicidio ogni tre giorni e i naufragi in mezzo al mar Mediterraneo non hanno mai interrotto la normalità, se la morte dentro di chi fa tre lavori alla volta, perde la casa o rinuncia a curarsi non ha mai fermato le manovre finanziarie a favore di grandi imprese e gruppi bancari, oggi una nuova – ancorché contraddittoria – centralità della vita e della sua salvaguardia conferisce un’inedita legittimità di parola a chi finora aveva taciuto. La società degli individui reciprocamente indifferenti, chiamati a farcela da soli, a vergognarsi dei propri bisogni e a chiamarli fallimenti ha gettato la maschera: non esiste via di fuga per pochi da un pianeta infetto. Non saremo guariti fino a che non lo saremo tutti.

Fino a ieri, se qualcuno stava peggio di noi avevamo un agile pretesto retorico per sfuggire all’ascolto di noi stessi ma anche per illuderci di non arrivare ultimi nella competizione per la sopravvivenza. Oggi la gara è sospesa e quel qualcuno sta in cima all’elenco delle chiamate da fare. Un interrogativo fuoriesce dalla cerchia degli affetti e dà vita a un inedito legame inatteso: posso fare qualcosa per te? 

Solo come un eroe

«Pronto?».
Alle volte non faccio in tempo nemmeno a presentarmi, a dare qualche elemento per stabilire telefonicamente un contatto di fiducia tra sconosciute che già mi trovo immersa nelle vite stravolte da quest’emergenza. 

Claudia è infermiera in uno dei tanti ospedali al collasso della provincia di Milano, lavora giorno e notte senza guanti, né mascherina, né camice. La sua coinquilina è risultata positiva al Covid-19 e l’azienda ospedaliera le ha fatto pressione tramite ogni canale informale per convincerla a cambiare domicilio a sue spese. Claudia mi chiama dal bed and breakfast in cui si è trasferita, l’angoscia le rompe la voce, non ha più soldi per pagare due affitti, la famiglia è lontana, l’ospedale fa ricadere tutta la responsabilità su di lei, si sente al limite del collasso nervoso e abbandonata da tutti. Infermieri e infermiere sono gli eroi di questo presente distopico, fino a che non creano problemi o purché si possa lucrare sulla loro condizione: la responsabilità nazionale si ferma sull’uscio di una stanza da 40 euro a notte. Claudia alza la voce con me al telefono, si riempie di tutta la frustrazione e del senso di abbandono che ha messo a tacere per giorni.

Sto in ascolto, sospendo la mia vita per qualche minuto e faccio spazio a questa vicenda che mai mi avrebbe invaso se non fossi andata a cercarla. La faccio mia. Ne usciamo insieme da questo incubo, te lo prometto. Nessun datore di lavoro può imporre a un proprio dipendente di cambiare domicilio. Nessuna persona, tanto più se schierata in prima linea in questa situazione di emergenza, deve trovarsi da sola a farsi carico del collasso di un sistema sanitario depredato per decenni. Una lettera congiunta della lavoratrice e del sindacato rimetterà il datore di lavoro di fronte ai suoi doveri. Nel frattempo una rete di solidarietà per passaparola si organizza per trovare a Claudia una soluzione abitativa in regime di ospitalità, fino a che l’ospedale non si farà carico delle spese che le ha imposto.

La vita isolata di chi resta a casa

L’imperativo di restare a casa ha lasciato nell’isolamento completo migliaia di famiglie e di donne soprattutto. La loro presunta naturale predisposizione al lavoro domestico e di cura, che da sempre fa comodo per poter tagliare i fondi pubblici dello stato sociale oltre che del sistema sanitario, ora legittima un carico di lavoro sulle spalle delle donne tra le mura di casa senza pause.
Anita ha tre figli, il più grande è affetto da un ritardo cognitivo, un disturbo di iperattività e richiede assistenza a tempo pieno. La donna ha perso il lavoro poco prima dello scoppio dell’emergenza e di conseguenza anche la casa. Un’amica ha offerto loro una ristretta soluzione abitativa temporanea. Quando Anita chiama per condividere la sua situazione è in difficoltà perché persino una conversazione di qualche minuto diventa un’impresa, la madre non può prendersi una pausa dalla cura dei figli nemmeno per una telefonata con cui chiedere sostegno. Da sola, non riesce nemmeno ad assicurare un’ora d’aria ogni tanto ai suoi bambini, e il contenimento coatto rende esplosiva la condizione di iperattività del più grande dei tre.

Eleanor e suo marito, addetti alle pulizie in ospedale, devono uscire di casa ogni giorno per andare a lavorare: la loro figlia di 7 anni, l’unica in casa a parlare l’italiano come madrelingua, rischia di rimanere da sola a seguire la didattica a distanza. I tre figli del tabaccaio sotto casa mia, padre separato, sono nella stessa situazione. Diego e Tiziana entrambi medici, con un figlio di 4 anni, hanno lanciato un appello affinché qualcuno si trasferisca a vivere a casa loro, fintanto che la situazione di emergenza li tiene fuori casa per lunghissimi turni di lavoro e non possono chiedere appoggio ai nonni per non metterli a rischio. Migliaia di bambini da un paio di settimane a questa parte stanno imparando a leggere e scrivere da soli. Mario è padre single di due figli, vive in periferia e lavora al supermercato del Comune limitrofo. Ogni giorno deve trovare qualcuno che si occupi dei bambini durante i suoi turni di lavoro e le due ore di viaggio che impiega per andare e tornare. 

Mentre Confindustria fa pressione sul governo perché i settori produttivi non vengano interrotti, l’imperativo rigoroso di restare a casa e di evitare i contatti ha invece isolato e abbandonato queste famiglie. Un bonus baby-sitter è stato annunciato nel decreto «Cura Italia», ma i tempi della sua reale attivazione sono ignoti; il decreto del 22 marzo ha finalmente chiarito che il lavoro domestico e di cura è tra le attività essenziali, ma scarica verso il basso la gestione di un settore strutturato nell’informalità e assunzioni in nero, di cui è difficile rendere conto di fronte alla richiesta di comprovare per autocertificazione gli spostamenti di lavoro.

La risposta di solidarietà verso queste famiglie, da parte di persone che si sono messe a disposizione come babysitter ed educatrici in forma gratuita in attesa dell’emissione dei fondi di Stato, è l’unica che a oggi gli ha permesso di non diventare le «inevitabili» vittime collaterali di questa emergenza. La condivisione solidale del lavoro di cura, in un sistema che lo svaluta fino a trasformarlo in un sacrificio invisibile, fa emergere l’implicita premessa che rende possibile il confinamento entro le mura domestiche. Affermare «Io sto a casa» è possibile solo se c’è chi, quotidianamente, risponde alle necessità di cura di chi lo afferma.

Aiutami a uscire da questa puntata di Black Mirror

Silenzio. Da circa un mese un nuovo silenzio ci circonda. In giro, le poche persone si scambiano occhiate di sospetto, da dietro la mascherina che copre loro metà del volto. Una sirena dell’ambulanza spezza la quiete apparente, il suono si fa sempre più vicino, il mezzo si ferma sotto casa. Il vicinato si sporge ai balconi. Sono arrivati a prendere qualcuno. Sospendiamo il fiato. Prima di uscire, anche se non sarebbe necessario, è diventata usanza stampare e compilare un’autocertificazione per dichiarare le ragioni del superamento della soglia di casa. In una lunghissima coda davanti al supermercato le persone si puntano il dito e si accusano a vicenda di aver già fatto la spesa più volte del necessario. Una coppia esce di casa per prendere una boccata d’aria. Una troupe televisiva gli punta le telecamere addosso mentre sono mano nella mano, la scena viene trasmessa in diretta tv. Il giornalista, microfono alla mano, ferma i fidanzati chiedendo loro di tenere la distanza di sicurezza per il bene di tutti. Al parco giochi sotto casa, due persone stanno sedute sulla stessa panchina. Un vicino di casa li ha avvistati, ha postato la loro foto sul gruppo facebook del quartiere e poi ha chiamato la polizia.

A giorni alterni mi prende la sensazione di essere precipitata in un film distopico, e di solito succede quando chi mi circonda mi restituisce stati di serenità e fiducia che «andrà tutto bene». Ma il malessere diffuso è reale e inizia a dare forma alle nostre relazioni a distanza di sicurezza. L’angoscia incatenata al palo di questo eterno presente deve trovare sfogo. L’untore è il capro espiatorio di tutte le epidemie e oggi veste abbigliamento sportivo, si accalca nei parchi insieme a quelli come lui. E non capisce, l’ottuso, che bisogna stare a casa, o forse, peggio, è consapevole e si comporta da irresponsabile. L’odio dilagante mi fa sentire ancora più vulnerabile e impotente. Il timore è che finiremo per ammazzarci l’un l’altro se non lo farà il Covid-19 per noi. Quando mi travolge la paura, mi prefiguro il mio ricovero in terapia intensiva e il vicinato a commentarlo sul gruppo di quartiere: «se l’è andata a cercare».

Ma è possibile auto-imporsi la reclusione senza farsi mangiare da rabbia e frustrazione? Affacciati al balcone, l’odio rivolto all’esterno, verso quella panchina troppo affollata, forse stiamo solo proteggendo dalle nostre reazioni chi si trova chiuso in quarantena con noi. 

E se proprio un attimo prima di immortalare gli untori, l’immagine a fuoco in attesa del click, il telefono si mettesse a squillare? Dall’altro capo qualcuno pronto ad accompagnarti nel labirinto per l’accesso agli ammortizzatori sociali, a fare la fila in farmacia e portarti le medicine a casa, a fare le capriole con tuo figlio mentre tu sei di turno a lavoro, a portarti a casa una cassetta piena di frutta e verdura di stagione, a costruire una cassa di solidarietà per tutti gli esclusi come te dagli ammortizzatori sociali. Ci sono mani che possono stringersi l’un l’altra pur mantenendo la distanza di sicurezza. C’è una fitta trama di relazioni di solidarietà che può occupare il vuoto, abbracciare, mettere un confine alla paura e al desiderio di distruggere i legami nell’impossibilità di costruirne.

In giornate delicate come queste, scandite dai numeri fuori controllo di ricoveri e decessi, determinate senza preavviso da regole sempre più strette e nuove multe a minacciare i trasgressori, per uscire dal Black Mirror forse abbiamo bisogno di trovare lo spazio per dare espressione ai nostri stati d’animo: incoerenti, dimessi, inappropriati, ossequiosi o dissonanti che siano. I forti imperativi che ci arrivano dall’alto a governare l’emergenza, caricano di ulteriore impositività ogni nostra comunicazione in cui non poniamo domande ma formuliamo esortazioni o indicazioni dal tono perentorio sui comportamenti altrui. Calcare sul senso del dovere dentro alle nostre relazioni quotidiane, laddove irrompono ogni giorno le rigorose norme anti-contagio, produce qualcosa a cui non siamo abituati. E se provassimo a sospendere le ingiunzioni reciproche per fare spazio all’ascolto di cosa sentiamo il bisogno, in questa quotidianità già così marcata dalla richiesta di responsabilità?

Quando lo spazio delle nostre relazioni si riempie di ciò che occorre fare o evitare, di come sia più auspicabile reagire o deprecabile pensare, si restringe lo spazio per gli interrogativi. Tra tutte le domande, chiedere aiuto forse è la più difficile. Implica esporsi in prima persona, esibire le proprie debolezze, correndo il rischio di mostrarci vulnerabili agli occhi di chi potrebbe approfittarne. A ben vedere lo siamo sempre stati. Ma un invisibile virus ora scopre le carte e ci lascia tutti indifesi di fronte al medesimo rischio. Ci aiutiamo a uscire da quest’incubo? E mentre te lo chiedo, e la paura sotto forma di domanda esce da me e si scioglie nell’abbraccio che mi tendi, ecco l’incubo che inizia a svanire.

Marie Moïse, attivista, è dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, scrive di razzismo, femminismo e relazioni di cura. È co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018).

Si ringrazia jacobinitalia.it per la gentile concessione

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Foto di Ria Sopala da Pixabay

Redazione People For Planet

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Redazione centrale: Gabriella Canova, Simone Canova caporedattore centrale, Miriam Cesta settore Persona, Maria Cristina Dalbosco settore Società, Michela Dell’Amico settore Green

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