Virus, allevamenti intensivi di animali, distruzione degli habitat, che relazione c’è? Lo abbiamo chiesto agli esperti dell'Istituto Zooprofilattico di Torino. Disegno di Armando Tondo, maggio 2020

Zoonosi e pandemie: la parola agli esperti dell’Istituto Zooprofilattico di Torino

Diffusione dei virus e relazioni uomo-animale sotto osservazione dall’inizio della pandemia

Ad oggi abbiamo anche, se non delle certezze, delle probabilità molto alte che il passaggio sia avvenuto dal pipistrello come serbatoio al pangolino come veicolatore, per poi arrivare all’uomo.

Di certo sappiamo che si è trattato di un passaggio da animali selvatici a uomo, e si sa anche con certezza che la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi, ovvero le infezioni umane di origine animale, come è stato per l’ebola e per l’hiv.

Oltre a queste trasformazioni però è avvenuto, in questo secolo, anche il cambiamento massiccio che ha portato alla produzione agroindustriale moderna. I moderni allevamenti intensivi, o estensivi che siano, ma comunque dove la produzione di carne animale è stata spinta ai livelli massimi. E se l’allevamento estensivo ha dato luogo a deforestazioni e introduzione di popolazioni umane in luoghi prima selvaggi, cambiandone gli equilibri e distruggendo gli habitat, nell’allevamento intensivo è accaduto in passato, con la suina e l’aviaria, per citare le più recenti, che i virus si diffondessero in maniera rapida e difficilmente controllabile.

Le domande che quindi ci poniamo riguardano il mondo degli allevamenti e la trasmissibilità dei virus in essi, per capire se e quali condizioni dobbiamo cambiare per salvaguardare la nostra salute e quella degli animali.

Ne abbiamo parlato con unteam di veterinari della struttura di Biostatistica Epidemiologica e Analisi del rischio dell’Istituto Zooprofilattico di Torino: Dott. Giuseppe Ru, Dott. Walter Martelli, Dott.ssa Cristiana Maurella e Dott. Calogero Trupia; i quali, dopo consulto, hanno risposto alle nostre domande.

Confrontando gli allevamenti intensivi e non, esiste una differenza nella probabilità di introduzione di virus?

“Negli allevamenti a carattere familiare e di piccole dimensioni c’è probabilmente meno attenzione ad evitare l’introduzione di virus; in quelli intensivi è abitudine consolidata prendere precauzioni tali da garantire un più alto livello di guardia. In termini tecnici si parla di misure di biosicurezza che si traducono in pratiche come ad esempio impedire l’entrata di uccelli o roditori, disinfettare gli stivali degli operatori che entrano in allevamento, sottoporre a controllo tutti i mezzi di trasporto, alternare cicli di allevamento con fasi in cui i locali sono svuotati e ripuliti prima di un nuovo ciclo. D’altra parte, gli allevamenti intensivi prevedono anche l’affollamento di un gran numero di animali molto simili tra loro e selezionati non per la resistenza alle malattie ma principalmente per garantire elevati livelli di produzione. Ciò fa sì che, in caso di epidemie introdotte in allevamento intensivo, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.”

Oltre all’allevamento biologico che per sua natura prevede il distanziamento, esistono sistemi di produzione in grado di ridurre il rischio di diffusione di malattie?

“In generale è il progressivo e incontrollato aumento dei consumi di prodotti di origine animale che andrebbe contrastato. Non considerando le abitudini alimentari nei Paesi occidentali, su tutto ciò sta incidendo la rapida espansione della popolazione mondiale accompagnata dal miglioramento della capacità di spesa a livello globale. A fronte di una domanda così elevata, la produzione diventa sempre più efficiente e di larga scala e questo incentiva il proliferare degli allevamenti intensivi. L’allevamento estensivo, se può rappresentare un’alternativa per raggiungere il medesimo scopo, richiede invece lo sfruttamento di nuovi territori con l’occupazione di terre vergini, i disboscamenti, la perdita di biodiversità e il rischio che il contatto con specie animali selvatiche favorisca l’esposizione a nuovi agenti infettivi.”

Quali sono gli effetti delle pandemie animali?

“La circolazione di agenti infettivi non è un evento infrequente, ma non causa necessariamente un’epidemia cioè un aumento repentino dei casi oltre l’atteso. Alcuni patogeni sono diffusi e convivono con i propri ospiti animali senza determinare per i soggetti infetti conseguenze né gravi né letali: in un allevamento la circolazione di un virus potrebbe manifestarsi anche soltanto con un calo delle produzioni. Un patogeno però può subire modificazioni tali da renderlo più aggressivo per la sua specie ospite o può raggiungerne una nuova; in questo caso si può avere una malattia emergente. Se a questo aggiungiamo la normale attività di trasferimento e commercio di animali tra allevamenti, allora c’è anche il rischio più concreto di un’epidemia. La sorveglianza epidemiologica esercitata dai veterinari gioca un ruolo fondamentale. Nonostante ciò spesso non è possibile intervenire tempestivamente ed efficacemente. Per fare un esempio è in corso l’epidemia di febbre suina africana e si verificano periodicamente anche quelle associate all’influenza aviaria. A livello globale le azioni di contrasto sono coordinate da organizzazioni sovranazionali come l’OIE, il corrispettivo animale dell’organizzazione mondiale della sanità.

Quali sono i principali serbatoi animali di malattie per l’uomo?

“Tutte le specie animali sono serbatoi di patogeni ma quando si identificano nuove malattie spesso l’origine è rappresentata da animali selvatici.  Molte zoonosi, ovvero malattie che si trasmetto dagli animali all’uomo e viceversa, come nel caso di quelle dovute ai coronavirus, hanno avuto origine da pipistrelli e roditori: la condivisione dell’habitat da parte degli animali serbatoi e dei futuri ospiti, la possibilità del patogeno di persistere nell’ambiente dopo esser stato disseminato e la suscettibilità al patogeno del nuovo ospite hanno favorito quel fenomeno particolare che viene definito “spillover” e che si può tradurre come il “salto”  da una specie all’altra. La promiscuità tra specie selvatiche e domestiche, indubbiamente, rappresenta il fattore che favorisce il passaggio all’uomo.”

Il modo in cui è prodotta la carne oggi, polli, suini ha contribuito all’aumento della virulenza dei virus? Questo modo di produrre la carne ha contribuito in qualche modo alla comparsa del Covid-19?

“Non c’è un’evidenza che metta in collegamento la comparsa del Covid-19 con gli allevamenti intensivi o di altro tipo, mentre nel caso specifico la presenza di animali selvatici in mercati alimentari può aver giocato un ruolo importante. In generale esistono molti altri coronavirus che colpiscono gli animali, senza però determinare delle zoonosi. Poi ci sono altri patogeni che determinano malattie nelle specie allevate e possono invece colpire anche l’uomo, come è avvenuto in passato per il virus dell’influenza aviaria. Il commercio degli animali allevati e dei loro prodotti, legale o illegale che sia, rappresenta uno dei fattori che ne favoriscono la diffusione locale e internazionale. Per questo limitare la promiscuità tra le specie, diffondere la consapevolezza sulle misure igieniche e sull’importanza della biosicurezza e infine mantenere un buon livello di sorveglianza epidemiologica rappresentano la miglior strategia per prevenire il verificarsi di fenomeni epidemici che mai come oggi sappiamo essere catastrofici.”

Per chi vuole approfondire, a questo link potete trovare alcuni webinar organizzati in tema di coronavirus da parte dell’Associazione Italiana di Epidemiologia

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Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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